"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Somebody Up There Likes Me

Somebody Up There Likes MeSomebody Up There Likes Me di Patrick Leung è l'ennesimo esordio dietro la macchina da presa di un affermato professionista. Un melodramma a tinte forti, sul mondo del pugilato, che a partire dal titolo deve molto a Lassù qualcuno mi ama di Robert Wise (1956). Con qualche velleità in meno Leung racconta la storia di un ragazzo difficile, praticamente abbandonato dalla famiglia, la cui principale qualità è la capacità di combattere. Manca la volontà di impegnarsi a fondo, ma a infondergli la costanza dell'allenamento e lo spirito del sacrificio è l'amore per una bella studentessa il cui fratello è l'attuale campione di kickboxing a Hong Kong. La voglia di emergere dallo squallore di una vita potenzialmente sprecata spinge Ken nelle braccia di un allenatore comprensivo ma duro che lo mette in riga e lo prepara a diventare un campione.
Romanzo di formazione vero e proprio, la pellicola si concentra sull'indole del giovane di strada che, come tanti coetanei, non ama lo studio e cerca la sua strada in una società che di lui pare non volerne sapere. I toni sono retorici1 e la visione del regista (e dello sceneggiatore Chan Hing-kar) risulta fin troppo di parte, ma il lavoro psicologico può dirsi riuscito proprio perché il carattere che emerge è sincero. Stona la patina di moralismo, e suona falso soprattutto il buonismo finale. Per comprendere infatti quale sia la retta via, l'eroe si deve prima purgare e redimere: ma la deviazione dalla strada principale, fatta di alcol e incontri clandestini (tema che tornerà nel successivo Born Wild, del 2001), è addirittura più interessante. Un'opera fisica e violenta, ma sostanzialmente romantica (il regista stesso ama definirlo un film contrassegnato dai colori rosa e oro). E' proprio la componente mélo a prevalere sulla distanza e a distanziare Somebody Up There Likes Me da certe celebrazioni (asettiche) di imprese di eroi poveri sulla falsariga di Rocky.
Alla prima prova da direttore, Patrick Leung eredita dal mecenate John Woo, che produce, un certo barocchismo nella messa in scena, cui aggiunge una scarsa capacità di sintesi. A bilanciare le debolezze ci sono però le sequenze dei combattimenti, coordinate da Yuen Tak, filmate con rigore cronachistico, dove un montaggio secco e veloce (di David Wu) riesce a riprodurre in studio il pathos del ring e del filmato sportivo. Abbondano sangue e sudore, come si conviene, e cancellano con un colpo di spugna l'ovvietà di certi atteggiamenti macho quasi gratuiti (lo spolverino azzurro, la moto e gli occhiali da sole di Ken; le pose da duro di Michael Tong; il cameratismo del burbero Hung e di Benson, un ex campione ora colpito dal morbo di Parkinson). Ma il maggior aiuto nella realizzazione a Leung arriva da parte gli interpreti. A un Aaron Kwok tutto sommato funzionale fanno da contraltare la splendida Carman Lee, qui molto sensuale, e l'allenatore Sammo Hung (ossia il sifu del gongfupian adattato ai giorni nostri), un loser che attraverso il suo pupillo cerca il riscatto personale.

Note:
1. Del tutto fuori luogo alcune raffinatezze dello script - la sfuriata dell'amica innamorata di Gloria e gelosa di Ken - per fortuna subito dimenticate.

Hong Kong, 1996
Regia: Patrick Leung
Soggetto / Sceneggiatura: Chan Hing-kar
Cast: Aaron Kwok, Carman Lee, Sammo Hung, Michael Tong, Hilary Tsui

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