"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Stowaway

StowawayCon Stowaway Clarence Ford sposta le sue indagini verso il sociale, occupandosi dei perigliosi viaggi che coinvolgono i clandestini che dalla Cina puntano verso l'Europa. Le tante Chinatown sparse nei principali capoluoghi di tutto il mondo testimoniano come la pratica sia piuttosto diffusa, primo approdo verso un'espansione legale. La drammatizzazione degli eventi implica una minore specificità politica e una maggiore attenzione al lato exploitation della vicenda. Il che comporta - ed è bene ricordare che Ford è autore da sempre attento a tematiche scabrose - stupri, omicidi e vendette. Per fortuna nei momenti che contano il regista non calca troppo la mano, ed evita eccessi patinati e soap-operistici.
Ancora una volta, abbandonata la cornice barocca e fin troppo elaborata che ne ha caratterizzato a lungo il tratto, Ford preferisce la semplicità, optando prima di tutto per un solido gruppo di interpreti e chiedendo loro di donare un'anima popolare credibile alle rispettive controparti filmiche. Non riesce particolarmente l'esperimento con Julian Cheung, meglio piuttosto Athena Chu. Lei è una madre disperata, con un figlioletto al seguito e poco da perdere. A sfruttare questa comitiva di desperados è una bieca donna d'affari cinese, Candy, che sfrutta il suo amante Vincent (un valido Lai Chun) e un ingenuo ragazzo che spera di potersi ricongiungere con la fidanzata (Annie Wu).
La patina di realismo è dovuta anche all'origine non letteraria della sceneggiatura, che prende spunto da una storia di cronaca nera (la fuga da Fuzhou di una dozzina di clandestini attraverso Vietnam, Russia, Polonia e Olanda; solo due arriverano a destinazione) e ne tratteggia i momenti salienti in chiave romanzata. Dovendo interagire con il paesaggio più di quanto gli sia mai accaduto, Ford opta per un road movie sui generis, adattando le sue esigenze estetiche e cinefile ai diversi ambienti in cui si trova a girare: in Russia approfitta della neve per una fuga rocambolesca che termina in un campo minato; ma più spesso decide di rinchiudere i suoi personaggi in ambienti ristretti (un camion, la stanza di un albergo, un campo profughi a Hanoi) e di farli bollire. In tal modo accresce le tensioni già esistenti e la possibilità di giocare sulle contrapposizioni emotive. Probabilmente superando la misura nel momento in cui arriva a certi eccessi folli, di maniera (i già preannunciati abusi di sesso e violenza), ma riuscendo comunque a intrecciare un legame credibile tra tutte le parti in causa.
Il discorso politico ha comunque un suo peso. La voglia - più spesso la necessità - di fuggire dalla propria patria è sotto la luce dei riflettori. Che sono puntati però in maniera blanda: non ci sono particolari intenti di denuncia, non è un dramma sociale à la Ann Hui, piuttosto una constatazione di un problema e il suo sfruttamento emotivo a fini d'intrattenimento. Ma non si tratta di una scorciatoia: Ford, che non è uno sprovveduto, sa benissimo che non parlando di un argomento direttamente finisce in ogni caso per metterlo al centro della scena e per esplicarlo, seppure parzialmente. In una simile ottica, la pellicola coniuga velleità commerciali (purtroppo deluse) e quel quid in più che eleva Stowaway dal mero sfruttamento a fini speculativi di un problema che non può essere ignorato.

Hong Kong, 2001
Regia: Clarence Ford
Soggetto / Sceneggiatura: Lai Man Cheuk
Cast: Julian Cheung, Athena Chu, Lai Chun, Michael Chow, Michelle Zhang

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