"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Swordsman

SwordsmanSwordsman avrebbe dovuto finalmente consacrare il genio del regista King Hu, a lungo lontano dai set cinematografici. Il suo allievo Tsui Hark ha preparato per la clamorosa rentrée un palcoscenico di enorme rilevanza, con uno sforzo produttivo considerevole e con un cast adeguato. Ann Hui nel ruolo di aiuto regista, Ching Siu-tung in quello di martial arts director e una serie di attori come Sam Hui, Wu Ma, Jacky Cheung e Cecilia Yip, nomi in grado di attirare il grande pubblico al cinema. Ma la realtà, si sa, è un crudele susseguirsi di eventi e King Hu ben presto abbandona il progetto, dopo aver girato meno di metà della pellicola, in seguito a divergenze con lo stesso Tsui, che in veste di produttore deve aver detto qualche parola di troppo. Al dimissionario regista subentra Ching Siu-tung, coadiuvato da Raymond Lee e, ora sì in maniera esplicita, da Tsui. Le differenti mani si notano appena.
La storia, tratta da una novella di Louis Cha, ha per protagonista lo spadaccino ridente interpretato da Sam Hui, cui spetta il difficile compito di combattere un malvagio eunuco a caccia di un libro sacro di vitale importanza per la conoscenza delle arti marziali. Sulla sua strada l'eroico combattente troverà diversi ostacoli e i più disparati alleati, dagli adepti di una setta ad una fida compagna di avventure. La forma cerca di semplificare l'intreccio, psicologicamente contorto quanto a discernimento delle diverse posizioni in campo. Il colpo di scena può arrivare da un momento all'altro, sotto forma di essere umano (un vecchio mendicante che in realtà è un maestro abilissimo) o di oggetto (un manoscritto che fino all'ultimo, in un continuo gioco di malintesi, viene scambiato per il prezioso libro rubato). Swordsman è il film che ha rinnovato il wuxiapian negli anni novanta, aggiornandolo e al contempo decretando la sterilizzazione del genere, che, esclusi pochi casi, non avrebbe più prodotto pellicole di grande importanza, ripetendo sempre gli stessi stereotipi e denotando una paurosa involuzione. Di concezione classica quanto a uso delle musiche, attenzione ai personaggi e alle scenografie, l'opera si dimostra moderna per la visionarietà barocca delle immagini. In questo dualismo si riconoscono stili e poetiche di due autori tanto diversi quali King Hu e Ching Siu-tung, le due menti primarie: laddove il primo preferisce gli spazi chiusi (la locanda della prima scena), il particolare grandguignolesco e uno sviluppo quasi mistery; il secondo contrassegna la sua parte con duelli visivamente fantasiosi e effetti spettacolari, con minore attenzione per i particolari non legati alle scene di movimento e con una fotografia più solare (al contrario della prima parte, molto scura, legata a colori caldi, la seconda sceglie come tonalità portanti il blu e il marrone). Per assurdo il raccordo tra le due mani non è sofferto ma complementare, senza fratture drammatiche1, L'innovazione stilistica che permette a Ching di lasciare il suo marchio di fabbrica è l'applicazione del contenitore fantasy all'epica dello swordsplay. Entrambi gli autori sacrificano volentieri il realismo in favore della spettacolarità del combattimento, montando le sequenze in maniera non logica - saltando passaggi, elidendo fotogrammi, utilizzando soggettive impazzite - e preferendo riempire con una grande quantità di movimento le scene d'azione, addirittura invadendo i limiti dello spazio e del tempo.

Note:
Successione in cui più di un critico ha letto il definitivo passaggio dello scettro del wuxiapian dal maestro all'allievo più talentuoso.

Hong Kong, 1990
Regia: King Hu, Ching Siu-tung, Tsui Hark, Raymond Lee
Soggetto / Sceneggiatura: Wong Ying, Leung Yiu Ming, Dai Foo Ho, Lam Kee-to, Lau Dai Muk, Gwan Man Leung
Cast: Samuel Hui, Cecilia Yip, Jacky Cheung, Cheung Man, Fennie Yuen, Lau Siu Ming

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