"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Tales From The Dark

Tales from the Dark

Sei registi per altrettanti episodi di un Masters of Horror alla maniera di Hong Kong: l’orrore al tempo della crisi economica. Diseguale come spesso avviene con gli omnibus, Tales from the Dark alterna convenzionali corti orrorifici a gustose ospitate, particolarmente suggestive per il cinefilo hongkonghese. Tra queste ultime primeggiano i contributi del desaparecido Fruit Chan - che si concentra su una delle pratiche più restie all’estinzione della tradizione di Hong Kong, il cosiddetto da siu jen¹ - e Teddy Robin Kwan, ancora una volta iconico nei panni dell’eccentrico vecchietto che nasconde più di un segreto.

Come per il Rigor Mortis uscito nello stesso periodo, anche Tales from the Dark è un'operazione che ha un intento chiaro sin dal principio: rinverdire i fasti del cinema di Hong Kong guardando al modello degli anni '80: epoca di new wave e di horror che, nonostante il budget bassissimo, erano in grado di terrorizzare generazioni di spettatori. Un momento per molti versi irripetibile, ma il cinema di Hong Kong del terzo millennio, pervaso dal senso di nostalgia e dalla ricerca di un'identità smarrita, ci prova ugualmente. Nel Simon Yam del primo episodio, attore e regista, sembra rivivere qualcosa del terribile Dr. Lamb, truculenta maschera di morte, come nel Teddy Robin Kwan dell'ultimo Black Umbrella - anche lui nel doppio ruolo di regista e attore – c’è più di un riferimento allo Spaceman di un suo concept album anni '80.

Benché suddiviso in due capitoli da tre episodi l'uno, il tema dominante di storie apparentemente slegate per registro (quasi comico in A Word in the Palm) e stile (confezione patinata e movimenti di macchina ambiziosi in Pillow di Gordon Chan, realismo e sensazione di angoscia opprimente in Jing Zhe di Fruit Chan), ma unite dalla valenza metaforica del fantasma e della sua intrusione nelle vite dei mortali. Se per Chan e Lawrence Lau il movente è rappresentato dalla vendetta e dall'incapacità di accettare una morte prematura, per Yam e Kwan il contrasto tra mondo dei vivi e mondo dei morti è soprattutto un'occasione per approfondire le storture sociali di un'era in cui la dignità dell'individuo e la sua sussistenza sono costantemente messe a dura prova. Non mancano difetti di sceneggiatura, un approfondimento psicologico tendente alla banalizzazione o il ricorso a tecniche di suspense innocue e obsolete, ma Tales from the Dark svolge il suo compito in linea con le aspettative. Dovendo scegliere il momento più alto dell'intera operazione, la preferenza non può che andare a Fruit Chan e al suo angolo di superstizione smarrito tra i grattacieli, come se la sopravvivenza di una cultura e di un popolo dipendesse da ciò che è atavico per definizione e meno incline a modernismi e crisi di identità: la paura.

¹Pratica superstiziosa ancora in uso, specie nella ricorrenza del Festival della Tigre Bianca: consiste in una maledizione simile al voodoo lanciata colpendo l'immagine di un nemico ripetutamente con una scarpa.

Hong Kong, 2013
Regia: Simon Yam, Lee Chi-ngai, Fruit Chan, Gordon Chan, Lawrence Ah Mon, Gordon Chan, Teddy Robin Kwan.
Soggetto/Sceneggiatura: Lilian Lee, Lee Chi-ngai, Fruit Chan, Mathew Tang, Gordon Chan, Lilian Lee.
Cast: Simon Yam, Tony Leung Ka-fai, Kelly Chan, Siu Yam-yam, Josephine Koo, Dada Chan, Fala Chen, Gordon Lam, Chan Yiu-wing, Sham Ka-ki, Kiki Tam, Teddy Robin Kwan, Mo Qi-wen.


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