"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Ten Tigers of Kwan Tung

Ten Tigers of Kwan TungLa prima parte di Ten Tigers of Kwan Tung è addirittura stordente: lo spettatore viene letteralmente sommerso da nomi ed eventi, con un susseguirsi forsennato di flashback incrociati e diversi punti di vista narrativi. Lo sforzo è comprimere nel minor tempo possibile la più grande quantità sostenibile di informazioni, in modo che il complicato dipanarsi dell'azione possa esplicarsi senza ulteriori intoppi. Ma prima del doveroso punto della situazione, un inciso; le dieci tigri del titolo si riferiscono ai leggendari guerrieri della diaspora del monastero di Shaolin, che combatterono il dominio mancese sul finire dell'epoca Qing. I riferimenti alla storia sono in realtà molto labili, e nella pellicola tutto ruota attorno a un capo dei ribelli che viene aiutato nella fuga da un eterogeno gruppo di esperti d'arti marziali fedeli alla causa nazionalista.
Due uomini, al casinò, uccidono un giovane che fa parte di un quintetto di giocatori ubriachi, lasciando dietro di loro un messaggio di vendetta firmato a nome Lien Chau Hu. Toccherà a uno dei quattro superstiti, Wan Chau Ming, raccontare ai compagni del pericolo che corrono. Nel passato, un maestro di arti marziali che dirige un banco dei pegni, Li Chin Chau, e il suo indisciplinato allievo, hanno nascosto dalle mire dell'esercito il misterioso Chai Min Yi. Questi rivela di essere in realtà Chu Hung Yin, capo della rivolta anti-Qing; il maestro Li si incaricherà allora di radunare un gruppo di fidati guerrieri che lo aiutino a pianificare la fuga. Su He Hun e Wan Yen Lin sono i primi a essere contattati e, venuti a conoscenza della vera identità dell'uomo, si dimostrano pronti al sacrificio. Le riunioni tenute in casa di Li sono però notate da Chu Tang San, proprietario di una banca di pegni rivale, che non esiterà a riferirne a Lien Chau Hu, capo dell'esercito della regione, incaricato di ritrovare Chu Hung Yin entro un mese. Tang San assolderà allora un gruppo di esperti guerrieri - il mendicante So, l'esperto di bastoni Chu Ye Sen, l'anziano Chi Chau San e il freddo Chen - perché, sotto la copertura di una scuola di arti marziali, provochino Li fino a farlo scoprire. I quattro mercenari sono però più attaccati all'onore che ai soldi e, una volta scoperto quanto sta sotto all'ordito, non esitano ad unire le forze con Li Chin Chau. Chu Hung Yin riesce così a fuggire, ma anni dopo gli amici di Lien Chau Hu non hanno dimenticato l'onta, e cercano vendetta. I figli e discepoli di quanti aiutarono il ribelle sono quindi costretti a difendersi, verso l'inevitabile resa dei conti.
La trama, di primo acchito effettivamente vacua e ridondante, è in realtà l'esito ultimo della continua rielaborazione dei classici da parte di Chang Cheh e Ni Kuang. La questione politica in primo piano è sempre la lotta tra un potere centrale monolitico e asfittico e un gruppo di eroi d'estrazione non certo nobiliare che fanno fronte comune per contrastarlo - nonostante le iniziali incomprensioni che sempre li dividono. Il canovaccio è portato alle estreme conseguenze, con lo scontro che si protrae nel lungo arco di tempo, mai sopito - proprio perché la lotta è in realtà senza fine. Budget sempre più risicati, pessimi costumi di scena e scenografie riciclate, oltre al solito gruppo di attori che si scambiano i ruoli di film in film (ad impreziosire troviamo questa volta un Ti Lung sottotono, un Alexander Fu Sheng sempre magnetico - senza contare la simpatia surreal-esuberante di Phillip Kwok), non condannano però la pellicola al disastro. Nonostante le coreografie siano ridotte all'osso (eccettuato un sollazzevole finale di sangue, tra mosse ai limiti della fisica e teste mozzate a suon di calci), rimane un accurato intarsio di personaggi ben caratterizzati e un afflato corale non indifferente.

Hong Kong, 1980
Regia: Chang Cheh
Soggetto / Sceneggiatura: Ni Kuang, Chang Cheh
Cast: Alexander Fu Sheng, Ti Lung, Chiang Sheng, Phillip Kwok, Lo Meng

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