"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Teppanyaki

TeppanyakiIl genio di Michael Hui con Teppanyaki viene elevato al massimo denominatore comico. Il tema che da sempre interessa al popolare comico è l’eroe piccolo borghese e il suo rapporto con la società. Calza a pennello la storia di Johnny, cuoco in un ristorante giapponese, angariato dal padrone, che è anche suo suocero, e dalla moglie. L’occasione per sfuggire al giogo è la possibilità di una scappatella con la hostess Sissy, con cui il pavido Johnny organizza una romantica vacanza alle Paradise Islands. Sfortuna vuole che all’ultimo momento decidano di unirsi a lui anche la moglie e il suocero.
Nulla di nuovo sotto il sole, ma in Teppanyaki la materia è trattata con tale intelligenza da rendere inutile una sceneggiatura troppo complicata. Per noi il paragone con il Paolo Villaggio di Fantozzi sorge spontaneo, e non è dissimile la critica socio-culturale di cui si fa carico il personaggio interpretato da Hui. Il protagonista è il classico uomo medio in cerca di rivincita: quale migliore occasione della possibilità dell’adulterio con una donna bellissima (la moglie è invece grassa e scortese) in un paradiso terrestre? Ma il cuoco è tutt’altro che uno sprovveduto: è in gamba sul lavoro, sa mettersi in mostra e sa sfruttare astutamente le sue capacità per girare a proprio vantaggio le situazioni. Sintomatica una partita a tennis in cui il nostro, prima ridicolizzato da due sbruffoni, abbandona la racchetta e impugna una padella per impartire ai due avversari una lezione memorabile e per fare colpo sulla sua bella preda.
E’ necessario comunque che Hui abbia una spalla che gli permetta di non dover fare gli straordinari e di potersi concentrare sul suo ruolo, senza strafare e uscire dal seminato. Lo Hoi-pang e Victor Hon sono eccellenti nel tratteggiare due figure antitetiche: da un lato l’amico che copre e che aiuta Johnny a evadere dalla realtà, accontentandosi di trasgredire partecipando ad un suo eventuale successo; dall’altro il suocero tirannico che attraverso il piccolo potere esercitato sulla famiglia riesce a realizzare se stesso. La guerra tra i sessi vede i tre uomini contrapposti a due tipi di donna, l’angelica Sally Yeh, amante ideale, e la viziata Yip Lai Yee, perfetto esempio di moglie da cui chiunque vorrebbe fuggire. La commedia perde la sua dose di ottimismo e diventa la tragedia di chi vuole evadere e sa che è praticamente impossibile riuscire nell’impresa. Nel momento in cui nasce, la risata viene subito smorzata e diventa uno spunto di riflessione amaro.
La forza del film sta nella continuità delle gag, che si susseguono senza sosta ad un ritmo folle e che non lasciano tregua allo spettatore, che non può non immedesimarsi, per un motivo o per l’altro, con lo sfortunato protagonista. Un certo gusto per il kitsch (una scena in discoteca dimostra ancora una volta il razzismo verso le minoranze, in questo caso i neri) e per il grottesco (il tormentone del taglio delle sopracciglia) rende le situazioni ai limiti del nonsense. L’umorismo è molto semplice, quasi fosse cabaret, e permette a Hui di mettere in scena un one man show a base di piccoli sketch molto efficaci. Lo stile è ingenuo e tiene poco conto dei passaggi, saltando a piè pari di situazione in situazione pur di sottolineare l'evoluzione psicologica dei personaggi. Scavando in profondità emergono ulteriori significati: il rapporto padre / figlio, tratteggiato con affetto e complicità, commuove. Il lieto fine, inatteso viste le premesse, è proprio nella presa di coscienza della necessarietà di ciascun ruolo insito nella realtà quotidiana.

Hong Kong, 1984
Regia: Michael Hui
Soggetto / Sceneggiatura: Michael Hui
Cast: Michael Hui, Sally Yeh, Yip Lai Yee, Lo Hoi-pang, Victor Hon

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