"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Accidental Spy

The Accidental SpyJackie Chan riprende il suo monologo di cinema e interazione fisica noncurante di critiche e plausi. Affidandosi a mani esterne dietro la macchina presa, il produttore-e-attore (che ormai lavora esclusivamente con Media Asia e Golden Harvest) sforna prodotti tecnicamente all'altezza pensati direttamente per il mercato globale, dimostrando spesso un'umiltà che avrebbe giovato anche, e soprattutto, ai tempi d'oro. Per The Accidental Spy la scelta cade su Teddy Chan, regista affidabile con intuito e predilezione per l'action movie spettacolare. Il cinema di Chan rimane un soliloquio apologetico per un ego smisurato, a beneficio dei fans cresciuti con lui. Il che non è necessariamente un male, visto che la crisi del cinema di Hong Kong è prima di tutto economica, e i suoi film incassano sempre benissimo, e in secondo luogo creativa. Soggetto e sceneggiatura di Ivy Ho optano per un ritorno ad atmosfere più avventurose e meno spensierate. La cornice è sempre quella del film di spionaggio a metà strada tra parodia e serietà, ma stavolta convince di più il personaggio protagonista. La solidità della trama è necessaria a non ghettizzare le evoluzioni acrobatiche (impagabilmente ironico l'inizio in palestra, con un cammeo di Cheung Tat-ming e Athena Chu) e a non farle sembrare un corpo estraneo. In più una solida schiera di caratteristi - Eric Tsang; Alfred Cheung; la bellezza di turno Vivian Hsu, a dire il vero un po' sprecata - offre maggiori possibilità recitative a Jackie, che duetta con loro con l'ironia e lo charme dei bei tempi. Anche quando gioca con la sua maschera tragica, il popolare attore non risulta pateticamente fuori luogo: alcuni momenti mélo (il ricordo del padre, la morte improvvisa dell'amata, il sentimento di vendetta) sono forti e ben caratterizzati.
Le vesti dello pseudo-James Bond a Chan piacciono parecchio, sia per il fascino che può catalizzare su se stesso, sia per le potenzialità dinamiche del ruolo. Rivitalizzato da un simile approccio a forma e genere da una regia che ne asserve la persona, il protagonista pare meno stanco del solito e si presta ad un'interpretazione fisica molto convincente. Le doti dell'acrobata, sia chiaro, non sono mai state messe in discussione, semmai la capacità di adattarsi ad un cinema moderno. Come nei film di 007 coesistono ambientazioni esotiche (il fascino misterioso di Istanbul) e realtà urbane (Hong Kong e la Sud Corea), componente umana e tecnologia, bene e male, sempre facilmente riconoscibili. La spia per caso è costretta stavolta a fare i conti con un pericoloso trafficante d'armi e di droga, che vuole un potente agente chimico per un compratore europeo. In ballo ci sono un genitore mai conosciuto, i servizi segreti americani e una bella cinese resa schiava dal suo protettore. Tutto a rotta di collo, comprese un paio di scene grottesche (la fuga dal bagno turco, con l'eroe che corre con il posteriore colorato, è davvero spassosa) e l'inevitabile finale adrenalinico. Il controfinale aperto è più a beneficio degli sponsor che della narrazione, ma il fatto che l'epilogo non sia completamente positivo e che alla fine non risulti tutto irrimediabilmente bianco e nero, permette il fatidico sospiro di sollievo.

Hong Kong, 2001
Regia: Teddy Chan
Soggetto / Sceneggiatura: Ivy Ho
Cast: Jackie Chan, Vivian Hsu, Kim Min, Eric Tsang, Wu Hsing-guo

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