"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Land of Many Perfumes

The Land of Many PerfumesCon The Land of Many Perfumes si chiude il breve ciclo cinematografico dedicato dagli Shaw e dal regista Ho Meng Hua al grande classico della letteratura cinese Il viaggio in Occidente. In questa ultima appendice il monaco Tang e i suoi discepoli Monkey King, Pig e Friar Sand si trovano intrappolati in un villaggio composto da sole donne. Alla vista del monaco, l'imperatrice pretende di sposarlo, scatenando la gelosia della figlia e del primo ministro, che entrano in competizione per conquistare il primo maschio della loro vita: al loro desiderio si aggiunge quello, del tutto simile, di una serie di fanciulle guerriere, disposte a tutto pur di avere per sé l'uomo1.
Il terzo seguito di The Monkey Goes West rivela tutti i limiti di un'operazione commercialmente poco redditizia e artisticamente prosciugata. Gli ingredienti originali, fin troppo sottolineati, sono meno incisivi: un solo (casuale) stacco canoro; i personaggi mal gestiti; il canovaccio poco arricchito (nonostante i soliti eleganti sforzi scenografici), la ripetitività di certe situazioni (le nemesi femminili sexy, il Monkey King potente e inarrestabile, i curiosi inganni orditi per intrappolare il monaco Tang, i motivetti facili e fischiettabili); le coreografie appesantite, visibilmente velocizzate. Sembrano passati i fasti dei primi, inventivi, episodi, meglio supportati economicamente: non a caso dopo quest'ultimo tentativo gli Shaw chiudono i cordoni della borsa e nel tentativo di incuriosire il grande pubblico passano ad altro. Gli effetti speciali fotografici - poveri, dozzinali, mal gestiti: per lo più proiezioni ridicolmente ingigantite, ritocchi manuali e fotomontaggi - risentono maggiormente dell'aria di sbaraccamento; talmente datati da non poter passare neanche lontanamente per rétro o volutamente demodé. L'aria che si respirava - un riuscito mix di stravaganza kitsch, controcultura pop, ribellione alla morale comune e liberazione sessuale -, è inquinata dal sorpasso a sinistra dell'onda montante di soft-core e erotismo esplicito. A sorpresa fanno capolino (gratuiti) accenni politici - la ribellione contro il tiranno che sacrifica il paese per il suo piacere personale - stemperati da sorrisi di circostanza che ne placano subito la vena polemica. Dello spirito di partenza rimangono solo l'idea del fantastico come catalizzatore della meraviglia, a forzare e predominare la realtà riletta in chiave metaforica, e il concetto di unità del gruppo come fondamentale risorsa nei momenti di difficoltà. L'orrorifico finale aperto2, che fa presagire ulteriori sviluppi cinematografici, acuisce la delusione di chi si aspettava qualcosa di più, innescando un inevitabile senso di sconfitta per il mancato proseguimento e per la non conclusione della storia.

Note:
1. Un dato curioso: al contrario della lettera del testo e dei precedenti appuntamenti cinematografici le donne non vogliono più mangiare il monaco, le cui carni donano l'immortalità a chi le assaggia, ma sposarlo.
2. Che sembra richiamare tanto The Enchanting Shadow di Li Han-hsiang quanto I tre volti della paura di Mario Bava.

Hong Kong, 1968
Regia: Ho Meng Hua
Soggetto / Sceneggiatura: Ching Gong, Wong Fook
Cast: Ho Fan, Pang Pang, Chow Lung Cheung, Fang Ying, Lee Heung Gwan

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