"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Legend of a Professional

The Legend of a ProfessionalPiacevole sorpresa, e al contempo delusione, questo The Legend of a Professional. Il pregiudizio che ogni visione porta inevitabilmente con sé faceva presagire il solito spreco di tempo a basso costo, sbadigli e nervosismo compresi. D'altra parte Anthony Wong non si è mai tirato indietro di fronte a produzioni traballanti e sceneggiature non certo irresistibili, basandosi semplicemente sulla forza della sua presenza scenica. La sorpresa è allora nel constatare che, pur nelle evidenti limitazioni economiche, la pellicola è curata perlomeno sotto un aspetto, quello che guarda alla costruzione dei personaggi. Non semplici maschere che macinano battute o stereotipi con facoltà di movimento, ma personalità ben costruite e sfaccettate quanto basta da non risultare tediose. Un serial killer che torna ad agire dopo otto anni di pausa dovuti al rimorso per aver ucciso la persona sbagliata, un bambino cresciuto con problemi di personalità per aver assistito all'assassinio del padre, una sbandata inseguita dalle triadi per una questione di soldi. Le loro strade si intrecceranno quando il serial killer, Ho, alla ricerca di un'attrice disposta a recitare la parte della fidanzata di fronte alla madre in arrivo dal Vietnam, sarà costretto ad assumere la sbandata, e quando il disadattato individuerà nel serial killer l'assassino di suo padre ed inizierà a pedinarlo. Ecco spuntare allora il personaggio della madre premurosa che si sforza di credere all'idillio del figlio, nonostante tutti gli indizi contrari, e quello della datrice di lavoro del killer, alcolizzata e solitaria figura che si aggrappa ad Ho come a un figlio, suo unico mezzo di sussitenza in un mondo ormai più veloce delle sue parole biascicate. La trama rivela lentamente la sua natura pretestuale, mostrando una dopo l'altra tutte le carte nascoste cui pare ispirarsi (Leon e Nikita di Luc Besson in primis), anche se fa piacere notare un certo rimescolamento di fondo che impedisce di liquidare il film come semplice clone. Qualche idea interessante si fa infatti largo nella linearità generale e, guardando al nocciolo, poco si può recriminare. I personaggi riescono a costruirsi una loro dimensione, coerente con il mondo (liminare e sporco) nel quale si muovono; il gioco di sguardi tra Anthony Wong e Josie Ho mentre parlano con la madre, le battute che si scambiano appena dopo essere fuggiti dalla discoteca, o il finale stesso, sono tutti esempi calzanti di come basti poco per rendere credibili - ma soprattutto veicolo di emozioni - i personaggi. Detto questo, non si può però tacere sui particolari stonati. Alcuni aspetti sembrano infatti sfuggire al controllo del regista, prendendo scorciatoie non esattamente edificanti. Le scene d'azione sono discutibilmente piatte e prive di mordente, oltremodo confuse. Certi esperimenti di montaggio lasciano il tempo che trovano, complicando inutilmente la fruizione senza nulla aggiungere sul piano formale. Non sono comunque questi particolari a rovinare l'atmosfera generale, quanto cadute di stile disseminate un po' dovunque, quasi a voler controbilanciare i particolari positivi per paura di osare troppo e raggiungere così un livello cui il regista non aspira arrivare. Ecco allora la sorpresa iniziale trasformarsi in rimpianto. Rimpianto per un film che avrebbe potuto diventare grande, ma che ha preferito restare piccolo.

Hong Kong, 2001
Regia: Billy Chan
Cast: Anthony Wong, Josie Ho, Helena Law, Law Koon-lan

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