"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Mirror

The MirrorHorror a episodi incentrato su un secolo di storia di uno specchio maledetto, questo The Mirror - prodotto e co-sceneggiato da Raymond Wong - è uno di quei film all'apparenza indolori che rivelano però la loro insopportabile inconsistenza non appena esaminati con un grado minimo di attenzione.
Le premesse riguardano una casa di tolleranza sul finire del XIX secolo in cui viene assassinata una donna. Il sangue fluisce copioso sullo specchio, dando il via alla maledizione - peraltro mai esplicata nelle sue forme e cangiante nel tempo. Le tre storie che seguono sono ambientate in città ed epoche diverse. La prima (nella Shangai delle lotte per la democrazia), vede una donna inferma, costretta sulla sedia a rotelle, con i suoi sospetti sul tradimento del marito e il tormentoso ricordo di una lontana cugina; la seconda (nella Singapore degli anni '80), ha a che fare con la notte brava di un avvocato e le incredibili conseguenze - soprattutto per la sua etica professionale; l'ultima (nella Hong Kong dei giorni nostri) contrappone una donna anziana, insieme alla ragazza che l'accudisce, e il nipote, con relativa fidanzata, in arrivo dopo un lungo viaggio.
Spunti tutto sommato originali, non è questo il problema. Più preoccupante è la scriteriata pochezza con la quale tali soggetti sono stati portati sullo schermo. Si prenda il primo frammento; trascurando per un istante l'assoluta in-credibilità della ricostruzione storica, complici un budget probabilmente limitato e poche idee in fase realizzativa, rimane una recitazione di una levatura disarmante, piatta, urlata e totalmente incolore - un qualcosa di fastidioso che arriva a far rimpiangere gli abissi dei peggiori z-movie casalinghi. Nel proseguio le cose migliorano, ma come inizio è agghiacciante. Altra lacuna intollerabile è la prevedibilità esasperante con la quale le storie sono state sceneggiate. Il fatto di intuire qualcosa dello svolgimento è, da sempre, incentivo e sfida in grado di tenere desta l'attenzione dello spettatore, ma il poter predire con certezza ogni singolo avvenimento è indubbiamente più grave e disdicevole; come minimo, rivela una disattenzione degli sceneggiatori e una carenza della struttura piana sulla quale si basa la trilogia di episodi. Da ultima, la maggiore mancanza - perlomeno per un film che pretenda di essere horror - è sicuramente l'assenza ingiustificata di una seppur minima costruzione della suspense. Conseguenza in primo luogo della prevedibilità cui si accennava, i tentativi scarseggiano e sono inesorabilmente destinati al fallimento. Questo non perché la pellicola punti sul comico o sul grottesco, visto che - cosa insolita in una ghost story hongkonghese - il lato da commedia è mantenuto ai minimi termini (maggiore spazio è semmai riservao all'ironia, cosa ben diversa); è piuttosto la mancanza di coinvolgimento emozionale/visivo a incrinare ogni pur minimo accenno. Nella sostanza, quindi, si configura un film largamente debitore nella struttura a Creepshow di George Romero. Ma dove il modello archiviava un buon successo nel raggiungere il bizzarro e il parossistico, qui ci si ferma al livello basico che fa scadere il soggetto in una sorta di barzelletta di cattivo gusto. Ad esempio basti il finale del secondo episodio, quello dell'avvocato; l'esito della plastica facciale, con il suo proposito dirompente, arriva solo a far sorridere per la vacuità con il quale è inseguito l'effetto a sorpresa.
Un film che scorre addosso senza colpo ferire, se non per la noia. Ulteriormente irritanti risultano le scelte di marketing che prevedono il troneggiare sulla locandina delle facce note e spaurite di Nicolas Tse e Ruby Lin, star di richiamo nel tentativo di aumentare gli incassi, e che compaiono brevemente (e malamente) solo negli ultimi venti minuti.

Hong Kong, 1999
Regia: Siu Wing
Soggetto / Sceneggiatura: Raymond Wong, Lau Hiu Kwong
Cast: Nicholas Tse, Ruby Lin, Lillian Ho, Helena Law, Karen Tong

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