The Moss

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in FILM

The MossFa (Si Suet-yee) è un'orfana che ha smarrito il sorriso e che vive in un bordello a stretto contatto con Lulu (Bonnie Sin); tra i clienti più assidui di quest'ultima c'è il poliziotto infiltrato Jan (Shawn Yu), con il quale nasce una (im)possibile storia d'amore. Nel bordello avviene un tragico fatto di sangue, destinato a scatenare un'incredibile serie di reazioni a catena.

Di un pallido 2007 The Pye-Dog costituisce di certo uno dei ricordi più intensi, anche perché è coinciso con un debutto tale che difficilmente se ne ricordano di simili negli ultimi anni. E così è cresciuta a dismisura l'attesa per The Moss non appena si è venuti a sapere di un nuovo Derek Gwok Ji-kin a meno di un anno di distanza. Tornano i temi cari all'autore e ai due «padrini» che l'hanno battezzato (Wilson Yip e Soi Cheang): la soggettiva infantile con mdp spesso ad altezza di bambino/a, il sottotesto romantico venato di tragedia, gli scherzi di un destino beffardo ma che segue un disegno imperscrutabile.
A rafforzarsi ulteriormente è lo stile di Gwok, che esce vincente dal cimento con sequenze come quella depalmiana iniziale in cui il bordello viene sviscerato in tutti i suoi angoli più bui e attraverso bloodshed memorabili incentrati sull'uomo-bestia-killer-barbone incarnato da Fan Siu-wong (Story of Ricky), che pare trasportato di peso dalle botte cambogiane di Dog Bite Dog (opera il cui valore archetipico e sostanziale cresce costantemente col passare del tempo): stessa furia acefala, stesso profondo senso di diversità e disagio nella società, tali da renderlo una perfetta macchina dispensatrice di morte. Ad esso si contrappone, ma in realtà si integra, lo sguardo innocente della ragazzina; sono due naiveté in un mondo che non ne prevede più e calpesta tutto quello che si frappone fra l'avidità e il suo compimento. È grazie a lui, il più improbabile dei tutori, che Fa conosce paura, speranza e affetto, emozioni negatele da una brusca assenza di infanzia culminata poi nell'assidua frequentazione di un bordello. Come già in The Pye-Dog l'eroe è fragile e fallace, ma ce la mette tutta per tentare un'impossibile redenzione; e se allo scorso giro toccò a Eason Chen l'interpretazione della carriera, stavolta è Shawn Yu a sconcertare per intensità nei panni dell'undercover cop che getta il cuore oltre l'ostacolo dopo una vita da pavido.
E se la cornice della vicenda è racchiusa in una fiaba, con tanto di smeraldo ammantato di magia, Gwok non lesina colpi vibranti alla purezza del sogno, facendo transitare la gemma, nel giro di poche scene, da parti ben poco nobili del corpo umano. L'utopia non è di questo mondo e l'uomo non è fatto della materia di cui son fatti i sogni, bensì di carne e sangue. Ma non muore la speranza, come suggerisce il colore verde, dominante tanto nei titoli di testa che in quelli di coda, tanto nella pietra ambita che nel muschio del titolo (e dell'insospettabile «morale» del killer); una punta di flebile ottimismo che è già caratteristica peculiare del più promettente dei talenti hongkonghesi emersi negli ultimi anni.

Hong Kong, 2008
Regia: Gwok Ji-kin
Soggetto / Sceneggiatura: Gwok Ji-kin, Lung Man-hong, Clement Cheng
Cast: Shaw Yu, Fan Siu-wong, Bonnie Sin, Si Suet-yee, Siu Yam-yam

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