"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The One-Armed Swordsman

The One-Armed SwordsmanDifficile iniziare a parlare di un'opera come The One-Armed Swordsman senza far presente la sua importanza epocale. Non tanto per essere la pellicola che ha dato il via al cosiddetto nuovo corso del genere wuxia (visto che genitore naturale sarebbe da considerare l'antecedente Tiger Boy, sempre di Chang Cheh) - portatore di uno stile più crudo e violento - per essere il primo film ad occuparsi di spadaccini monchi o menomati (basti citare l'omonimo film in cantonese dell'anno precedente), quanto per il fatto che fu un autentico successo al botteghino, spazzando via la concorrenza e attestandosi su cifre allora insolite per un film di cavalieri erranti, perdipiù in mandarino. Questo diede il via a una vera e propria rinascita del genere, apportando nuova linfa e garantendo il successo a una figura allora poco considerata come Chang Cheh. Con una messa in scena violenta e realistica, ma al contempo immerso in un'atmosfera irreale e quasi fiabesca, la pellicola - pur nei suoi evidenti limiti - è in grado di sprigionare un'energia stranamente ipnotica, una forza affabulatoria che strega quanto affascina. Ispirato a una novella del taiwanese Jin Yong, ma esteticamente debitore agli spaghetti western italiani - in particolare a quelli di Sergio Leone -, ma soprattutto ai violenti chambara giapponesi, The One-Armed Swordsman è una spudorata commistione di elementi in grado di rimanere ben saldo nei ricordi grazie alla perfetta alchimia dei suoi componenti. Eroismo, tradimenti, combattimenti spietati, buoni sentimenti, atti di coraggio o codardia - uniti dal gusto per l'eccesso e da una realizzazione povera ma attraente (si pensi al ponte dove il protagonista si lascia cadere svenuto o la casa sul lago nella quale si risveglia, evidentemente strutturati con pochi mezzi ma caratterizzati alla perfezione).
Il padre di Fang Kang, abile spadaccino, dà la vita per proteggere il suo maestro Chi Ju Fung da una aggressione. In punto di morte strapperà al maestro la promessa di occuparsi del figlio. Il tempo passa e il giovane Fang Kang dimostra una buona predisposizione per la spada. Ha però un carattere introverso che lo porta a scontrarsi con alcuni allievi più ricchi della scuola e con la figlia stessa del maestro, Chi Pei, gelosa e al contempo attratta da lui. Per non creare problemi il giovane decide allora di allontanarsi, portando via come ricordo solo la spada spezzata con cui il padre parò il colpo diretto a Chi Ju Fung (che peraltro, ignaro di tutto, sta pensando a quale sarà il suo successore alla direzione della scuola). Chi Pei però non ci sta e lo raggiunge nel bosco. Seguirà uno scontro al termine del quale, per un impeto di rabbia, la ragazza recide il braccio destro a Fang Kang. Trascinandosi lontano dal luogo dello scontro, il ragazzo cadrà svenuto sulla barca di una donna, Xiao Man, che si prodiga nel curarlo. In segno di gratitudine Fang Kang sembra allora convinto ad abbandonare la strada della violenza, ma il ripresentarsi della minaccia degli aggressori di Chi Ju Fung, nonché il rapimento di Chi Pei, lo costringono a studiare un metodo di combattimento con una mano sola che sfrutti proprio la spada mozzata ricordo del padre.
Una trama indubbiamente lineare, semplice, in grado però di toccare tutti gli archetipi del genere in un susseguirsi di situazioni limite che mettono alla prova il protagonista. Solo contro il destino, Fang Kang è infatti il buono di cuore costretto dagli eventi (non a caso scatenati dal colpo traditore di una donna) a mettere da parte le proprie aspirazioni di pace per confrontarsi con la violenza. Una violenza mai mostrata così esplicitamente, con sangue in primo piano, lame conficcate nella carne - senza contare l'amputazione. Una violenza catartica che disvela moventi non definitivamente individualistici - basti pensare che Fang Kang si mobilita per difendere non se stesso ma la famiglia, intesa in senso ampio, rappresentata dal padre adottivo e da sua figlia. E se le coreografie, pur se presenti e spettacolari, sono ancora sobrie, si intravedono dei guizzi fantastici (alcuni dei balzi durante i duelli, ad esempio) destinati a svilupparsi negli anni. Il montaggio invece, che predilige l'alternarsi di inquadrature languide e descrittive nei momenti narrativi di raccordo e scatti netti e irruenti durante le scene d'azione - insieme al mood vagamente disperato e alle scenografie pastello e vistosamente finte - contribuisce a ricreare un'atmosfera di attesa, che attesta visivamente un messaggio di decadenza e disperazione interiore a tratti trasognante. E' proprio l'atmosfera sospesa tra realtà e fantasia a permettere di dimenticarsi dei limiti intrinseci, a partire da un plot non convincente fino in fondo.

Hong Kong, 1967
Regia: Chang Cheh
Soggetto / Sceneggiatura: Chang Cheh, Ni Kuang
Cast: Jimmy Wang Yu, Lina Chiao, Pan Ying Tzu, Chen Yen Yen, Yang Chin Ching

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