"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

T.H.E Professionals

T.H.E ProfessionalsVi racconto una storia, vediamo se vi ricorda qualcosa. Charlie è a capo di una squadra di rapinatori di professione formata da Alan, Poon e Bill. La storia parte con il gruppo che rapina un furgone portavalori. Bill, in un eccesso di zelo, uccide gli agenti di scorta. Da qui partono le indagini della polizia, che porteranno a braccare la banda; sulle loro tracce viene quindi spedito l'ispettore Kong. Charlie intanto cerca di eliminare Bill, reo di essersi lasciato prendere la mano, ma per una serie di coincidenze quest'ultimo riesce a sfuggire. Facciamo allora la conoscenza della moglie di Alan, desiderosa solo che il suo uomo guadagni di più, della tranquilla famiglia di Poon e della solitudine di Charlie, che però ben presto conosce una stilista di cui si innamora. I tre stanno progettando una rapina ad una banca, ma Kong riesce ad individuarli e a parlare con Charlie...
Non penso ci sia bisogno di andare oltre. Rifare Heat - La sfida di Michael Mann poteva non essere una cattiva idea. Anche la mancanza di budget, che - per inciso - si sente tutta, poteva non risultare un eccessivo problema. A spaventare è però la sconcertante assenza di idee che pervade l'intera operazione. Quello che ci si trova di fronte non è un semplice omaggio, né un banale plagio. Si tratta bensì di una fotocopia riuscita male, una di quelle fotocopie di quarta o quinta mano, con tutti i bordi sbiaditi e le parole ormai illeggibili. La sceneggiatura di Lee Man Choi (ma probabilmente sarebbe meglio parlare di trascrizione) non è altro che un taglia e incolla che si permette il lusso di tralasciare tutte le scene e le scelte migliori dell'originale per conservare il nudo e inutile nocciolo. Tutto il pathos viene diluito e disperso in un inutile citazionismo fine a se stesso che non può neppure essere definito esercizio di stile, visto che dello stile non si vede neanche l'ombra. Tutto, a partire dalle scenografie e dalla fotografia, smorta e spettrale senza ragione evidente, lascia trasparire una svogliatezza di fondo che non può che affondare ulteriormente ogni tentativo di interesse. Sequenze rigirate pedissequamente, nessuno slancio, nessuna idea - se non male in arnese - spesso persino identiche inquadrature; si veda ad esempio la scena di fronte alla prima banca, con Charlie che scruta l'oscurità della notte, in attesa, mentre Kong lo osserva dalle telecamere notturne. Uno dei poliziotti fa un rumore sbattendo contro la parete metallica, Charlie si rende allora conto che qualcosa non va e richiama i suoi, fuggendo. Una scena che nell'originale possedeva un notevole impatto, tutta giocata sugli sguardi e sulle pause, viene svilita in un mero succedersi di inquadrature che mimano ciò che evidentemente non riescono neanche lontanamente a comprendere. Se a questa disfatta aggiungiamo anche attori spaesati e fuori parte, il disastro è completo. Louis Koo sembra chiedersi per tutto il tempo quale misteriosa forza sovrannaturale gli abbia imposto di firmare il contratto, Simon Luoi - per quanto possa risultare simpatico - è con ogni probabilità sotto l'effetto di qualche sostanza a metà strada tra l'allucinogeno e l'ansiolitico, Tsui Kam-kong si limita a mantenere la stessa espressione per tutto il tempo, mentre Norman Chu semplicemente non recita (non che i comprimari, a cominciare da una Ada Choi sopra le nuvole, diano prove migliori, beninteso).
L'unico risultato della visione può essere il voltastomaco o a seconda dell'ora il sonno.
E se c'era una ragione plausibile per quei punti a costellare il the del titolo, ammetto senza remore che mi è sfuggita. Probabilmente pensavo ad altro

Hong Kong, 1998
Regia: Wilson Tong
Soggetto / Sceneggiatura: Lee Nam Choi
Cast: Louis Koo, Norman Chu, Simon Loui, Tsui Kam-kong , Ben Ng

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