The Promise

Scritto da Alessandro Borri. Postato in FILM

The PromiseLa bella e impossibile Qingcheng fa perdere la testa al valoroso generale Guangming. Ma non è stato lui a uccidere suo marito l'imperatore, come lei crede, bensì il servo piè veloce Kunlun. Dell'intrico approfitta il rancoroso Wuhan per far cadere tutti e tre in una micidiale trappola. Intanto la dea Manshen sovrasta le vicende degli uomini.
Sembrerebbe che le carriere di Zhang Yimou e Chen Kaige in qualche modo vadano più o meno fedelmente a rispecchiarsi, da quando il primo dirigeva la fotografia del secondo in Terra gialla. Gli esordi dedicati alla riscoperta di un passato legato alla terra (a un paesaggio) rimosso dal nuovo inizio della Rivoluzione culturale; il passaggio al grande affresco storico; l'eversione estetica risolta in forme esotiche comunque occhieggianti il gusto festivaliero e arty dell'Occidente; il ritorno sotto l'ala protettiva del regime nei kolossal «ufficiali» (curiosamente dedicati allo stesso tema) Hero e The Emperor and the Assassin [L'imperatore e l'assassino]. Solo che Zhang non ha ancora tentato il salto (semi)hollywoodiano dell'altro, pur essendo il più hollywoodiano tra i cinesi. Ma alla fine i dioscuri della (cosiddetta) Quinta generazione sono ancora lì a contendere: sempre Zhang ha fatto il primo trionfale passo sulla strada del wuxiapian formato esportazione, che Chen sembra emulare con The Promise. Eppure, eppure…
Se il dittico Hero - The House of the Flying Daggers [La foresta dei pugnali volanti], risplendente delle coreografie di Ching Siu-tung, era una macchina spettacolare efficiente e pure ispirata, di tutt'altra pasta è il manufatto di Chen. Perché il film più costoso della storia del cinema cinese transita più dalle parti di The Legend of Zu che da quelle di Crouching Tiger, Hidden Dragon [La tigre e il dragone]. Sfoderando una carica sperimentale inusitata nell'uso della grafica computerizzata, quasi al pari del capolavoro di Tsui Hark, come quello candidandosi perciò all'incomprensione e al dileggio. Set, corpi, traiettorie cinetiche, ogni componente profilmica viene sottoposta a un processo di smaterializzazione conseguente e rigoroso. L'effetto speciale digitale (già affrontato da Chen nel suo episodio di Ten Minutes Older) riacquista quella carica naif di meraviglia elisa dalla corsa sfrenata alla verosimiglianza degli ultimi dieci anni, ed è questo il suo principale motivo di fascino: l'irriducibilità a un gusto standardizzato dell'elaborazione fantastica dell'immagine. Singolarmente attagliantesi, del resto, alla restituzione di un mondo senza tempo dove gli dei appaiono a ripetizione per mostrare le vie del destino ai confusi mortali, tra mascheramenti kurosawiani e palazzi d'oro che sorgono sulla tabula rasa del reale. Il tutto per raccontare, con l'azzeramento psicologico e la gratuità essenziale della favola, una bella storia di sconfitte inevitabili, amori condannati, altre vite possibili oltre la velocità della luce per due guerrieri in lotta, uno schiavo fedele, una donna incatenata a una promessa fatale.
Strano cineasta, Chen, a volte frenato da lacci accademici e rigidità autoriali (come nel suo titolo più fortunato, Farewell to My Concubine [Addio mia concubina]). Altre volte felicemente libero di abbandonarsi all'eccesso, siano le languidezze oppiacee di Le tentazioni della luna, gli sbilanciamenti tra abnormi scene di massa e drammi dell'intimità di L'imperatore e l'assassino, le sfrenatezze cromatiche di Peter Pau e la radicalità post-cinematica di The Promise.

Hong Kong, Cina, Giappone, Corea del Sud, 2005
Regia: Chen Kaige
Soggetto / Sceneggiatura: Chen Kaige, Charcoal Tan
Cast: Cecilia Cheung, Sanada Hiroyuki, Jang Dong-Gun, Nicholas Tse, Lau Yip

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