The Rules of the Game

Scritto da Stefano Locati. Postato in FILM

The Rules of the GameIl veterano Nam Yin - che ha contribuito in maniera consistente al successo del fratello Ringo Lam, scrivendo per lui opere come i due Prison on Fire, e che ha svolto un ruolo fondamentale nella riscrittura del noir - intesse dalla solita ricetta a base di triadi e vendetta una sceneggiatura sapientemente dosata dalla quale Steve Cheng riesce a ricavare un film mai banale e non così facilmente etichettabile come potrebbe apparire inizialmente.
Ann, che ha iniziato a lavorare in un night come intrattenitrice (ma si rifiuta di andare oltre), è contesa tra l'amico d'infanzia David e il boss Shing. Quest'ultimo tenta ogni carta per guadagnarsi il suo amore, arrivando persino a corteggiarla. Durante il compleanno di David, però, festeggiato insieme ad altri amici e al fratello di lei, gli uomini di Shing usano le maniere forti, arrivando a paralizzarne uno a causa delle ferite alla schiena. David giura vendetta, ma il plot si complica dato che il fratello di Ann ha contratto dei forti debiti con un altro boss, che adesso rivuole i soldi. Gli amici sono perciò costretti a chiedere aiuto a Shing, rimanendo in debito con lui. Vista l'abilità dimostrata, Shing chiede quindi a David di entrare a far parte della sua organizzazione. Lui accetta, facendosi velocemente strada nella gerarchia...
Film teso, carico di avvenimenti, The Rules of the Game è però perfettamente gestito. E' una macchina ad incastri che riesce a ricollegare tutti i pezzi rimanendo in corsa, arrivando a sollevarsi ben sopra la media degli ultimi stanchi prodotti del genere (come A True Mob Story di Wong Jing (1998), che pur partendo bene naufraga nel finale, o i più recenti episodi della serie Young and Dangerous di Andrew Lau, ormai ripetizione pedissequa del modello originale). La regia mantiene alto il ritmo della storia, con un uso dosato dei movimenti di macchina e dei flashback, ma a fare veramente la differenza sono gli attori, tutti decisamente in parte. Louis Koo, proveniente dalla tv, dimostra di non essere semplicemente un divo acqua e sapone per le fan adoranti, e anzi riesce a caratterizzare con personalità il personaggio più ambiguo del film, in un contrasto di compassione (per l'amico immobilizzato), cupidigia (per Ann, che vede sfuggirgli di mano) e vendetta (contro Shing). Alex Fong è altrettanto bravo nel donare al suo boss malavitoso un carattere duro e leale nei confronti delle tradizioni, spietato quando c'è da esserlo, e al contempo fragile nei sentimenti che prova per Ann. Dal canto suo Kristy Yeung, pietra della discordia come già le era capitato in The Storm Riders (1998), riesce a ben calibrare la fragilità e la determinazione crescente che subentra nel finale (colpisce nel segno la scena della fuga di lei e Chun, l'amico paralizzato, tra l'altro magistralmente interpretato da Sam Lee).
Un film che fa ben sperare per il futuro dei noir sulle triadi, nonostante la crescente vena parodizzante che sta mondando (come nel caso di Jiang-Hu: "The Triad Zone" di Dante Lam, 2000), inevitabile dopo una così lunga serie di successi negli anni passati.

Hong Kong, 1999
Regia: Steve Cheng
Soggetto / Sceneggiatura: Nam Yin
Cast: Louis Koo, Alex Fong, Kristy Yeung, Simon Loui, Sam Lee

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