"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Spy Dad

The Spy DadIn un anno, il 2003, di ritrovato vigore agonistico, Wong Jing imbrocca un film dietro l'altro: dopo i tentativi, per così dire, alti, di Colour of the Truth e Honesty, ritorna con The Spy Dad alla farsa stampalata, alla scempiaggine programmatica, alla scemenza senza ritengo. Ma, per fortuna, lo fa con intenti scoperti, con il suo solito istinto satirico inarrestabile, con una verve che convince anche lo scettico a ridere ad almeno una delle decine di gag messe in piedi in fretta e furia, sfruttando temi e riferimenti immediati, stupidi, leggeri, anzi leggerissimi. Spunto di partenza già sfruttato (da Wong e non solo), all'insegna della parodia, davvero spudorata, di James Bond e dintorni: un attore coraggioso su grande schermo e pavido nella vita, motivo per cui l'amata moglie lo ha lasciato, si ritrova in casa due figlie adolescenti irrequieti, un poliziotto ritardato, il cognato parassita, l'ex consorte di ritorno per poco dagli Stati Uniti e un'assistente impicciona. Braccato da una gang di terroristi cui ha involontariamente sottratto un temibile virus, Jimmie Bon si fa in quattro per riconquistare la donna che ama, per riportare l'ordine nella sua casa e nella sua vita, per guidare la figlia maggiore, innamorata di un compagno di classe, e per riscattarsi agli occhi del pubblico con un gesto di coraggio.
Tanto sconsiderato da apparire geniale, tanto folle e irriverente da apparire inevitabilmente stupido e inutile, The Spy Dad è un tipico film creato - è scritto, diretto e prodotto dalla stessa mente - da Wong Jing. Il quale, dopo qualche anno di appannamento, è tornato a riproporre il suo cinema sbilenco, la sua comicità ruffiana, (sovrac)carica di citazioni (impagabili quelle da Infernal Affairs e Matrix), barocca nel ricorrere continuamente a personaggi (Bruce Lee; le Twins; lo stesso Wong Jing, che si prende in giro in prima persona in più di una circostanza; la sempre splendida Candy Yu che torna al cinema dopo anni di inattività), icone (Eric Kot che rifà Shek Kin; Edison Chen che rifà se stesso), riferimenti (al mondo della tv; del cinema, americano e autoctono; della stampa scandalistica): è al tempo stesso un modo volgare, scatologico, grezzo di intrattenere e un esempio di cultura multimediale senza freni. Uno sfondo entropico in cui i personaggi impazziti si muovono con ordine, rispettandosi e rispettando i tempi e gli spazi minimi della bêtise. Il mattatore è Tony Leung Ka-fai, simpatico, coinvolgente, animale da circo senza eguali, grande attore che riprende il meglio del repertorio e lo rimastica a beneficio del pubblico giovane che non ne conosce la versatilità e la capacità demenziale di gettarsi in pasto alla platea. Montaggio adrenalinico, regia inventiva - segno che Wong trae fiducia dall'elenco incontrollato di parodie e sketch demenziali -, musica plagiata, tanti effetti speciali digitali adeguati e una carrellata interminabile di stelle (Tsui Kam-kong cattivissimo, Teresa Mo quasi intimidita dalla classe dei compagni; Jordan Chan con le chiappe al vento; Chapman To scatenato, anche con barba e baffi posticci) e presunte celebrità (la modella Rosemary Vandenbroucke; l'imitatore Jim Chim; il sempre meno incisivo Chan Wai Man, che ovviamente fa il triadoso di periferia) fanno di un instant movie idealmente censurabile un valido divertissement da bar.

Hong Kong, 2003
Regia: Wong Jing
Soggetto / Sceneggiatura: Wong Jing
Cast: Tony Leung Ka-fai, Gillian Chung, Jordan Chan, Candy Yu, Chapman To

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