"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Story of Woo Viet

The Story of Woo VietIl ragazzo dal Vietnam è cresciuto, si è fatto uomo: ha dovuto combattere ed è stato costretto a uccidere molti Vietcong (comunisti). Oggi è un profugo in cerca di un luogo dove poter vivere tranquillamente. Cosa assai difficile per una persona con il suo passato, praticamente un reietto (senza nome, senza patria, senza affetti), anche solo poter sperare in un domani migliore. Con The Story of Woo Viet Ann Hui affila le armi a sua disposizione per riaprire una ferita da lei stessa portata su (piccolo) schermo con l'eccellente telefilm The Boy from Vietnam, che costituisce con questa pellicola e con il successivo Boat People un'ideale trilogia1 sul popolo delle barche (appellativo spregiativo con cui gli hongkonghesi identificano i profughi vietnamiti).
La forte influenza della primissima New Wave è, in questo originale incrocio di umori e toni, sempre e comunque nel segno del realismo e dell'intransigenza polemico-politica. «The Story of Woo Viet, che parte come un semi-documentario sociale e diventa un thriller, sembra confermare la tesi di un'estraneità congenita alla logica dei generi occidentali»2. L'amarezza è la stessa del già citato The Boy from Vietnam - dove assistevamo alla fuga di un ragazzino costretto a badare a se stesso a Hong Kong -, anche qui la storia, opera di Alfred Cheung, indaga a fondo sul dramma umano e sui sentimenti dei due protagonisti (Chow Yun Fat e Cherie Chung). La coerenza è ben evidente e nonostante qualche svolazzo per confondere un po' le acque, Ann Hui sa bene dove vuole arrivare. Come dimostra il finale amarissimo o l'evoluzione psicologica che, sotto forma d'imprevisto, porta l'esule nelle Filippine invece che negli Stati Uniti, sotto il giogo di un padrone viscido e temibile.
Poche le concessioni allo spettacolo di una regia sobria3 che sfrutta bene le località (pochi gli esterni a Hong Kong, gran parte del film sfrutta la povertà delle Filippine) e la bravura degli attori (da segnalare la prova di Cora Miao). La storia ogni tanto fa lunghi balzi in avanti, ignorando la prigione del tempo e dello spazio, e prosegue spedita, lasciando un po' stordito il pubblico meno attento4. Che ha comunque modo di rifarsi in tutta la seconda metà, quando la riflessione include la violenza (omicidi a bruciapelo in primissimo piano in alternanza ad un uso del fuori campo come cassa di risonanza) ma diventa più personale. L'eroe si sporca le mani e si scopre che non può essere altrimenti: un atto di coscienza, doloroso quanto inatteso.

Note:
1. Di recente la regista è tornata a questo doloroso tema con Ordinary Heroes (2000).
2. «I film di genere, per noi, sono qualcosa di esterno. I film cinesi non li percepivamo come "generi", anche perché erano sempre gli stessi: melodrammi cantonesi, film di kung fu e qualche rara commedia, perché mancavano gli attori». Parole della stessa Ann Hui tratte da Alberto Pezzotta - Tutto il cinema di Hong Kong (Baldini & Castoldi, 1999 - pag. 157).
3. Aiuto regista è Stanley Kwan, direttore artistico Tony Au, produttore Teddy Robin Kwan.
4. Anche se, in tutta sincerità, il film risulta a distanza qualche anno inesorabilmente datato. Più per la forma, troppo statica, che per i contenuti e la cruda presa di posizione della regista.

Hong Kong, 1981
Regia: Ann Hui
Soggetto / Sceneggiatura: Alfred Cheung
Cast: Chow Yun Fat, Cora Miao, Cherie Chung, Lo Lieh, Gam Biu

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