"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Teahouse

The TeahouseThe Teahouse è un melodramma semplice nobilitato da un'idea di regia precisa capace di elevare il prodotto mediamente rozzo ad un livello superiore, alle soglie dal caposaldo. La differenza è merito del lavoro di Kuei Chih-hung, regista sotto esclusiva Shaw Brothers, che unisce intrattenimento mondano e dramma sociale. Gli intenti di denuncia spesso fanno sorridere, troppo scoperti, ingenui - i due fratellini che chiedono la carità e trovano un padre, l'eccessiva filantropia del padrone del locale -, ma in tante circostanze la veemenza dei toni è tanta da preoccupare e coinvolgere emotivamente.
La vita è sempre stata difficile per Cheng, immigrato clandestino poi regolarizzato che ha appena aperto una casa da thé. L'uomo sin dal primo giorno scopre le difficoltà (umane) dell'impresa: ci sono da tenere a bada i ragazzi sbandati del circondario e le triadi - sottilmente definite il sindacato -, fattori uno più pericoloso dell'altro, spesso in rotta di collisione (e collusione).
Mélo a tesi, che avanza progressivamente da un livello a quello successivo - in ogni situazione cresce il grado di difficoltà e diventano sempre più ardue le decisioni per mediare a situazioni impossibili -, ma anche docudramma verista sul disagio giovanile e commedia amara su un gruppo di amici/colleghi/fratelli/rivali sempre in conflitto. Rozzo nella sostanza, con spezzoni di disarmante facilità, The Teahouse riesce ad allineare tanti personaggi ben scritti, soprattutto i comprimari, e un paio di scene dirette con maestria: il primo confronto tra due gruppi di ragazzi, per esempio, o l'assalto finale del gangster Prince Chi, interamente ripreso al ralenti. Prima di tanti successori illustri (Gangs in primis) Kuei, che ha sbarcato il lunario in Malesia e a Taiwan prima di debuttare a Hong Kong, pone le basi di un realismo insistito (le scene di lotta collettiva coreografata da Ching Siu-tung, le triadi che entrano nel quotidiano, i giovani e pericolosi invischiati in brutti giri, la morale del cittadino che si fa giustizia da sé) e punta il dito contro le grandi istituzioni sociali - la legge e le mille scappatoie che offre, per mezzo di un giudice macchietta, ai minorenni violenti; la polizia imbelle; il mondo dell'industria corrotto. Il suo stile è sontuoso, elegante e sopperisce alle tante lacune sceneggiative sfruttando il volto massiccio del popolare Chen Kuan-tai, tante guest star e una colonna sonora easy listening incalzante. Nonostante tanti momenti grotteschi, in cui i protagonisti, sempre sul punto di soccombere, se la cavano grazie all'arguzia (scorretta) resa da necessità virtù, non c'è un finale netto a sancire la vittoria dei buoni. Ma più che un espediente con finalità programmatica - in questo senso comunque molto efficace -, la mancata chiusura può essere letta come anticipazione di un sequel - Big Brother Cheng dell'anno seguente - che il grande successo riscosso al botteghino ha reso irrinunciabile.

Hong Kong, 1974
Regia: Kuei Chih-hung
Soggetto: Chiang Chih-nan
Sceneggiatura: Sze-to On
Cast: Chen Kuan Tai, Karen Yip, Lau Ng Kei, Tung Lam, Yeung Chi Hing, Lin Feng

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