"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Untold Story III

The Untold Story IIIDopo il successo e lo scandalo del capostipite, Danny Lee torna nel duplice ruolo di interprete e produttore per la saga incentrata sulla cronaca nera hongkonghese. Herman Yau e lo sceneggiatore Lau Wing Kin, a quanto pare avidi lettori delle colonne più truci dei giornali, traggono dalla realtà quotidiana lo spunto per immergere lo spettatore nella sconfortante banalità del male. Come spesso accade, però, la facciata nasconde anche un intento di denuncia politica; viene infatti ricostruito il primo caso di una condanna in assenza di testimoni e prove concrete, basata solo sulla confessione degli imputati. Ecco che quella che sembrava una semplice messa in scena del risaputo scontro tra 'guardie e ladri' - bene e male - assume toni più sfumati, senza false ipocrisie.
Il film si apre con la reiterata denuncia della scomparsa di un uomo da parte della sorella. Al distretto di polizia sono ilarmente scettici, soprattutto a causa dei racconti sempre più bizzarri e strampalati della donna; solo quando l'ispettore Lee impugna le redini delle indagini lei sarà presa sul serio. Si scopre ben presto che l'uomo, all'insaputa della famiglia, era uno strozzino. Indagando sui debitori, Lee e i suoi uomini mettono le mani su Wong Wing-man, giovane scoppiato e intossicato; non ci vuole molto perché questi racconti la sua verità. Avendo chiesto in prestito troppi soldi e non sapendo come restituirli, Wong, pressato dallo strozzino un tempo suo amico, arriva a progettare l'atto estremo assieme a suoi tre amici egualmente disadattati. Il caso sembra chiuso, non fosse che a parte le parole dei giovani non esiste nessuna prova...
The Untold Story III è una pellicola altalenante; come il primo capitolo, contrappone parti approssimabili alla commedia ad altre di orrore parossistico - solo che riesce a farlo con meno convinzione. Da un lato gli intermezzi comici sono reiterati e scollegati dal discorso generale - valga la scena iniziale, con i pur simpatici Chin Kar Lok e Emily Kwan che accolgono al distretto una spaesata Monica Chan, irridendola. Di per sé simili sequenze - con una certa benevolenza - possono risultare anche divertenti; peccato che assomiglino più a cortometraggi che a parti integranti del film. Dall'altro la pur lodevole intenzione di mostrare il lato più agghiacciante di un omicidio - il terrore palpabile che avvolge i quattro ragazzi, o anche solo l'isteria prima di compiere il gesto - è stemperata da una sceneggiatura non equilibrata, che stenta a concentrarsi sui giovani protagonisti per approfondire il loro mondo. Rimanendo equidistante dagli eventi, il soggetto fallisce nel ricreare quell'alchimia di torpida morbosità che ammantava l'originale. Questo non significa però che il progetto sia fallimentare: a patto di non ricercarvi un eguale portato di malsanità (siamo d'altro canto di fronte a un categoria IIB), ci si trova perlomeno di fronte a un film compatto supportato da delle buone interpretazioni. Se Danny Lee è archiviabile come clone di se stesso, macchiettisticamente (e con ogni probabilità involontariamente) autoparodistico, la sorpresa sono i quattro assassini. Sam Lee conferma l'aura di attore vagamente maudit, con quel viso imbronciato e cadaverico. Samuel Leung, avvolto in lunghi capelli scomposti, è ancora più straniato e narcolettico - semplicemente perfetto. E persino Lam Chi Shin, con quella sua aria ingenua e infantile, dona profondità al personaggio, nonostante le poche battute a disposizione.
Tutto sommato, c'è poco di cui compiacersi; ciononostante, un film da non sottovalutare.

Hong Kong, 1999
Regia: Herman Yau
Soggetto / Sceneggiatura: Lau Wing Kin
Cast: Sam Lee, Samuel Leung, Lam Chi Sin, Chan Chi Hang, Danny Lee

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