"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Voyage of Emperor Chien Lung

The Voyage of Emperor Chien LungAll'imperatore Chien Lung piace andarsene in giro per il regno in incognito, accompagnato dai due (quasi) fedeli scolari, Liu Yong e Er Rong'An, accaniti risolutori di improbabili scommesse che tra gingilli preziosi e premi in denaro stanno mettendo a repentaglio le casse dello stato. In occasione del viaggio a Yangzhou si prospettano tre nuove sfide, e stavolta, in caso di vittoria, Liu Yong chiede di poter indossare la tunica reale. Per vincerla dovrà indovinare il numero esatto di persone presenti in una via molto affollata; convincere il signor Zhou, famoso calligrafo, a dipingere su pergamene recanti il sigillo reale (impresa ardua, perché l'imperatore è un rinomato scribacchiatore di volgarità su fogli già impreziositi da personalità artistiche!); e infine sbancare entro tre giorni una lotteria locale i cui tenutari si stanno arricchendo alle spalle della popolazione. Mentre Liu suda e s'ingegna con ghigno sarcastico, l'imperatore passeggia, fa la conoscenza dell'indovino Fan, inscena una rissa col grasso figlio di un signorotto locale, e trova perfino il tempo di andare dal barbiere...
The Voyage of Emperor Chien Lung è una delle gemme anni settanta di Li Han-hsiang, che, attivo fin dagli anni cinquanta, dopo una parentesi con una propria compagnia cinematografica a Taiwan, tornò a lavorare per gli Shaw Brothers, e tra una cinica commedia sexy e l'altra riuscì bene o male anche a filmare quello che voleva, sebbene in misura ridotta rispetto ai fasti del passato. Il film è diviso in piccoli quadri con un denominatore comune, come tanti altri dello stesso periodo: la trama è tenuta insieme spesso un uomo che viaggia o che racconta episodi di vita srotolando una serie di vignette più o meno fini a sé stesse. Qui ce ne sono sei, di cui tre dominanti (le scommesse). Effettivamente la narrazione per episodi sembra particolarmente congeniale al genio macchinoso di Li Han-hsiang, dotato di un'attenzione morbosa per la composizione dei set e per l'oggettistica con cui addobbarli, e una passione totalmente maniacale per lo stemperarsi delle storie tramite arzigogolati teoremi. Se i suoi film degli anni cinquanta e sessanta sono allora preziosi affreschi da Le mille e una notte, rispettosi di una consecutio temporum linearmente diacronica, quelli anni settanta sono delle scatole cinesi ad intarsio, freddissime e febbrili, certosinamente particolareggiate da cascate e cascate di dettagli, e claustrofobicamente studiate per soffocare lo spettatore con una magnifica sovrabbondanza scenica. Non è un cinema difficile, ma è molto esigente: guardare un film di Li Han-hsiang significa essere investiti da una sinestesia di colori suoni immagini e parole, tranelli imbonitori e sordide ironie da fiera campionaria, in costante profondità di campo, all'insegna di una ricchezza esageratamente essenziale. Tale ostinata parata è però dissimulata e minata a bella posta da una dialettica ambigua, a metà tra lo stillicidio e l'essere in continuo odore di erotismo (e quando non è espressamente erotismo è un languore doppiogiochista che gli somiglia molto), anche dove niente sembra chiamare in causa la sfera erotica. Nel cinema americano questo ben preciso modo di fare ironico e disincantato, irriverente e ammiccante, si chiama(va) 'Lubitsch' touch'. Qui potremmo chiamarlo 'la malia indiscreta di Li Han-hsiang', ma fondamentalmente le due cose coincidono. Quando il film comincia, ad esempio, una voce fuori campo ci racconta a ritmo serrato le imprese dell'imperatore, presentandoci la corte, la meta del viaggio che stiamo per intraprendere, il carattere sornione e magnanimo di Chien Lung, i suoi scolari preferiti con tanto di nomi, cognomi e trascorsi, e molti commenti forbiti ora su uno ora sull'altro personaggio. Però la macchina da presa si infila nei corridoi e corre dietro alle persone, fa repentine e precise zoomate all'indietro e ci accorgiamo che ciò che vuole significare spesso è diverso da ciò che la voce dice, fino a quando scopriamo che la voce è quella dello scolaro furbo Liu Yong, che con apparente rigore e celata presa in giro sta raccontando le proprie vicissitudini in terza persona, mentre le immagini continuano a scorrere mettendo in evidenza tutta la discrepanza tra la versione nobile narrata e quella reale filmata dei fatti. Più avanti, nell'incontro/scontro tra Chien Lung e il grassone della triade locale, lo spettatore dapprima nel ristorante insieme ai personaggi, pian piano si ritrova fuori, sul balcone, ed è messo in grado di seguire l'intera azione onniscentemente riuscendo a vedere gente che accorre dalle case vicine e piante e balaustre che traballano e cadono, a metri e metri di distanza dal posto in cui si sta consumando il parapiglia, con un tripudio di vuoti e pieni che si muovono e cozzano, un po' come i tasselli di un domino che corrono e crollano, un po' come i movimenti del teatro delle ombre, intagliato nella carta e colorato con precisione millimetrica. La lotta non più come incontro di corpi bensì come moderno terremoto nell'ordine immobile degli oggetti (e del set). Il piacere puro della regia nella distruzione dell'ordine dato, provocando il brulicare impazzito dei piccoli personaggi da osservare con la lente privilegiata dell'obiettivo mobile, con il sarcasmo di ritrarre la propria gente (i cinesi) come formiche, sovrappopolatamente impalcata dappertutto.
Come a teatro ogni personaggio è una maschera (basti pensare alla tartarugosità del barbiere...), ma mai prevedibile e sempre in cammino tortuoso verso la scoperta o la conquista di un qualcosa che porterà astutamente al quadro successivo, come delle pedine su una scacchiera o come un semplice mercanteggiare all'infinito sul prezzo di una patata (tutta la scena della lotteria in questo senso fa scuola, e non solo di cinema ma anche di filosofia!). Alla fine quello che conta chiaramente non è il prezzo con cui ci si porta a casa la patata, e nemmeno chi vince la partita di scacchi, quanto appunto il contrattare e il trovare percorsi il meno scoperti e il più stimolanti possibile, per raggiungere un obiettivo finale che non si può mancare, perché tanto è lì, fermo, ad aspettare. Lo stesso con The Voyage of Emperor Chien Lung: il finale è sciocchino e banale, perché non è importante; l'importante è stato solo giocare a rappresentare il tutto, e farlo durare, dando filo da torcere a chi guarda, pungolato con stile e creatività cervellotica. Il risultato è eccellente, ma difficile da metabolizzare; non solo un esercizio di stile, bensì l'impressione forte di una cinica e antica sapienza contorta.

Hong Kong, 1978
Regia: Li Han-hsiang
Soggetto / Sceneggiatura: Li Han-hsiang
Cast: Lau Wing, Chiang Nan, Lee Kwan, Kara Hui, Ng Hong Sang

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