"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

The Young Master

The Young MasterEsordio di Jackie Chan alla Golden Harvest di Raimond Chow per la sua seconda regia (in un risultato comunque migliore rispetto a The Fearless Hyena, dell'anno precedente).
Jackie Chan è cresciuto in una scalcinata scuola di arti marziali assieme ai suoi compagni. Orfano, così come il suo migliore amico, è stato allevato dal maestro come un figlio. Quando arriva il giorno della gara dei draghi, però, il suo amico, che doveva guidare il drago di carta, permettendo una facile vittoria, si finge infortunato e gareggia con la squadra avversaria per guadagnarci più soldi.

Jackie, che prende il suo posto, viene così sconfitto e il premio per la vittoria va agli avversari. Scoperto l'inganno, il maestro della scuola scaccia il traditore. Jackie Chan non tarderà a seguirlo per metterlo in guardia dai pericoli cui sta andando incontro. Inizia così una lunga commedia degli equivoci in cui Jackie viene scambiato per il malfattore, inseguito da un poliziotto ligio al dovere.
Una trama veramente esile supporta la solita messe di coreografie al limite del possibile. Partendo però dalla regia, iniziano le note dolenti. Jackie Chan non riesce a far emergere uno stile personale e si accontenta di girare in modo piatto e scoperto qualsiasi scena, non perfezionando né inquadrature né montaggio in qualcosa di più compiuto. Tutto il suo cinema, in ogni caso, si basa sul suo corpo e su ciò che di volta in volta è in grado di fargli fare. Quindi tutto passa in secondo piano e una regia che in altri casi sarebbe considerata sciatta si ritrova qui ad essere veicolo delle sue movenze da cartone animato. Perché il genio di Jackie Chan è sempre stato quello di unire una comicità di genere cartoonesco ad un'inventiva memore del cinema muto - con un punto di riferimento più o meno dichiarato come Buster Keaton. Ecco che allora il sense of wonder che in prodotti più "raffinati" scaturirebbe dalla messa in scena in grado di generare emozioni, qui viene alimentato solo dalla sua presenza. Il suo corpo diviene fulcro e centro di tutto il prodotto, avendo il compito di reggerne le fila. E in questo caso, il compito è assolto solo a metà. Se infatti la prima metà abbondante del film è davvero godibile, con scene e trovate che si susseguono instancabilmente, pian piano l'interesse va scemando per trasfigurarsi in un senso di noia che perdura fino al duello finale, inutilmente ed eccessivamente lungo (ed oltre tutto è lo scontro peggiore di tutta la pellicola!). Nella prima parte l'attenzione viene rapita dai particolari, non tanto della trama, di per sé indubbiamente banale e pretestuosa, quanto dall'inventiva funambolica dei corpi che si scontrano. La gara dei draghi, lo scontro con Yuen Biao (figlio del poliziotto) che si porta appresso una panca per riposarsi, e il duello contro il poliziotto in cui Jackie maneggia una preziosa pipa come scudo contro i colpi dell'uomo sono felici intuizioni che contribuiscono al reggere della tensione. Il corpo dei lottatori si fa strumento di cinema, ed ogni oggetto scenografico è buono per ingenerare emozioni nello spettatore (spade, panche, tavoli, ventagli, gonne, la stessa pipa - tutto viene trattato come estensione dei corpi in una fusione a-tecnologica di organico e inorganico). Poi però qualcosa scatta, e l'immersione nel mondo simulato dal film collassa su se stessa. Sembra che arrivati a metà le idee si siano esaurite e il restante sia stato girato solo per raggiungere il minutaggio necessario.
Un peccato, perché diversamente avrebbe potuto trattarsi di uno di quei film da ricordare.

Hong Kong, 1980
Regia: Jackie Chan
Soggetto / Sceneggiatura: Lau Tin-chi, Tung Lu, Edward Tang, Jackie Chan
Cast: Jackie Chan, Wai Pak, Tin Fung, Yuen Biao, Lily Li

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