"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

To Be Number One

To Be Number OnePiù amato in patria che all'estero, forse perché tratto da una storia vera di cui si possono comprendere le implicazioni solo parzialmente, To Be Number One racconta l'ascesa di un rifugiato cinese che scala con inaudita ferocia le gerarchie, finendo ai vertici delle triadi. Prodotto e cosceneggiato da Johnny Mak (dai tempi di Long Arm of the Law, difficile non riconoscere crudezza stilistica e fastosità scenica delle sue produzioni), lancia un intero genere, le biografie di malavitosi partiti dal nulla, confermando per qualche stagione Ray Lui come star di primo piano - di nuovo, a differenza che in occidente, dove non è mai stato considerato troppo - tanto che il suo volto sarà utilizzato in molte produzioni consimili, o di segno opposto (l'integerrimo poliziotto di The Incorruptible - Lee Ying-lok, 1993). Visto il tema, la memoria non può che correre a Scarface - il classico di Hawks del 1932, ma soprattutto il remake di De Palma; Ray Lui, perso tra Al Pacino e Chow Yun Fat, gigioneggia con egual istrionismo, ghigno sardonico e un incedere pesante a ristrutturarne la fisicità - non a caso il titolo originale cantonese, Bai Ho (Ho lo storpio), fa riferimento al soprannome guadagnato dal criminale in seguito alla gamba ferita durante un agguato.
Proprio con quest'opera Poon Man-kit porta a maturazione uno stile fino ad allora rimasto in nuce, sancendo il saldo legame con Mak (i posteriori Lord of East China Sea, oltre al wuxia The Sword of Many Lovers); narrazione di ampio respiro - che si concentra su un personaggio inserendolo in una ragnatela di relazioni sociali intricata quanto affascinante -, una gioia tutta particolare nella minuziosa ricostruzione storica e la predilezione per sbalzi temporali che cesellino lo scorrere del tempo in una serie di miniature autosufficienti, la cui unione sincopata sia però in grado di richiamare l'insieme per effetto di metafora più che come semplice somma. To Be Number One è infatti costituito da un intarsio di scorci sulla vita di Ho, in cui ellissi e non-detto sono complementari e indispensabili alla fruizione, in cui l'effetto di suggestione domina sulla sistematicità (in perfetta analogia con la cultura cinese rispetto a quella occidentale, l'una dominata dall'estasi dell'immediato, l'altra dalla razionalità del logos).
In questa lotta spietata, conquistare il potere sembra affare da poco; i problemi veri sorgono quando il potere è da mantenere e consolidare. Se la scalata è infatti pratica archiviata nella prima mezz'ora - in una scena di rara potenza emotiva, con Ho e compagni che costringono gli scagnozzi del boss rivale in un canale e li sterminano a colpi di machete, tra farina e fiamme - le quasi due ore restanti sono una strenua difesa del territorio, una sofferenza rabbiosa che si sprigiona in una partita a scacchi di azioni e reazioni. Punto di non ritorno, chiave di volta di un'intera esistenza, è proprio la menomazione, in cui al cambiamento fisico corrisponde la definitiva nemesi spirituale. In questa fossilizzazione è racchiusa la sconfitta, con Ho che perde contatto con la realtà, rifiuta i cambiamenti (la creazione dell'ICAC, il reparto anti-corruzione), venendone travolto nella sua stessa casa - la giocosa supponenza che lascia il posto prima all'incredulità, quindi alla rabbia impotente - senza neanche la possibilità di un bagno di sangue salvifico come succedeva in Boxer from Shantung (Chang Cheh e Bau Hok Lai, 1972). Ad amplificare la portata epica pensa un cast affiatato, in grado di esprimere la palpabile tensione con uno sguardo, la complicità con un sorriso. La forza colma di dignità di Cecilia Yip nel ritrarre la moglie di Ho, l'ambigua e persistente insicurezza di Kent Cheng/Cool Kwan, prima mentore poi acerrimo nemico di Ho, l'esuberanza ingenua di una Amy Yip in uno dei pochi ruoli in cui riuscì a recitare, fino all'intensità muta di Tsui Kam-kong o la rassegnazione di Waise Lee, coscienza inascoltata del suo capo e amico.

Hong Kong, 1991
Regia: Poon Man-kit
Soggetto / Sceneggiatura: Stephen Shiu, Johnny Mak
Cast: Ray Liu, Kent Cheng, Cecilia Yip, Amy Yip, Waise Lee

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