Treasure Inn

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in FILM

Treasure InnUn MacGuffin è sempre un MacGuffin, anche se un regista non è per forza Hitchcock – o King Hu: in questo binomio sbagliato sta la poca credibilità di Treasure Inn. Poliziotti imberbi alla caccia di una statuetta di giada per la quale dei feroci predoni sono disposti a tutto, assassini e violenze sparsi come sale sulle ferite di un cinema cantonese ancora in riassesto, tanto il resoconto finale è come sempre in questi frangenti previsto sin dalla partenza, con un tutti contro tutti in una locanda abbandonata nel deserto. Mancano solo gli eunuchi, stavolta, e visto il tono greve della narrazione si può tirare un sospiro di sollievo.
Da sempre considerato il «b side» di numerosi registi, Wong Jing è ormai abituato al campionamento programmatico di modelli altrui. Con Treasure Inn, co-diretto con Corey Yuen si arriva al limite del paradosso: è infatti opera ricca di distacchi ripetuti e insistiti, partendo dalla variante Jeff Lau del wuxiapian e sfiorandone più volte il nonsense fuori controllo. Si sente la differenza di mani. Alle scene d’azione, meravigliosamente coordinate da Yuen Tak – anche in un cammeo –, si contrappone la computer grafica pacchiana e dozzinale; ai momenti di crudeltà dove sangue e morte sono in primo piano fanno da contraltare l’ironia grezza e la spicciola demenzialità che non portano risate, se non in un paio d’occasioni.

Ne pagano dazio soprattutto gli interpreti: Nicholas Tse è, fuor di metafora, visto che la sua prima scena è ittica, un pesce fuor d’acqua, quasi quanto Nick Cheung, la cui unica prerogativa comica sono i dentoni finti già visti mille volte, e con ben altri risultati, nei film di Lee Lik-chi; calando infine un velo pietoso sulle presenze femminili, misogini obblighi contrattuali per rendere ricco un cast corale altrimenti invendibile. Meglio location e costumi ma è davvero poca cosa pensare a questi come unici valori di spinta di una pellicola evidentemente povera (d'idee).
I distacchi, narrativi e ancor di più quelli registici, sono però un’evidenza che invece di dare respiro alla trama, come per assurdo sarebbe potuto accadere, finisce per complicare eccessivamente le ricettività di un prodotto d’intrattenimento girato in fretta per stupire e incassare. Operazione riuscita a metà, la metà buona si direbbe, visto che a Hong Kong non ha riscosso granché ma in Cina ha portato a casa bottino pieno: un bottino talmente ghiotto che neanche gli spaesati personaggi, avventurieri più simili a pirati che a spadaccini d’onore, si sarebbero mai attesi. A Wong Jing, sorriso pieno, non resta che stappare la champagne e passare al successivo step di una filmografia che più passa il tempo e più diventa una collezione di remix.

Hong Kong, Cina, 2011
Regia: Wong Jing, Corey Yuen
Soggetto/Sceneggiatura: Wong Jing
Cast: Nicholas Tse, Nick Cheung, Charlene Choi, Tong Da-wei, Kenny Ho

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