"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Twelve Nights

Twelve NightsIl trend emergente della nuova commedia cantonese imperniata sui sentimenti è fortemente ancorato ad alcuni elementi fissi: la presenza di attori giovani e carini, le venature drammatiche - che solitamente non permettono il lieto fine - e il forte legame con la realtà quotidiana. L'atmosfera diventa sfumata, più simile all'usualità giapponese, con un occhio all'Europa, che non a quella cinese, interessante segno di un progressivo distacco ideologico e sociale dalla futura madrepatria.
Twelve Nights, esordio dietro la macchina da presa della sceneggiatrice Aubrey Lam, è la storia di una ragazza ma, più in generale, è un'introspettiva analisi dell'amore e delle sue mille facce. Dodici notti sono sufficienti perché un rapporto nasca e si consumi fino alla morte? La separazione è una causa dovuta al fato e nulla si può fare quando si presenta: inevitabile come la morte, la fine presuppone la sua completa accettazione e una sottomissione ad essa. Jeannie vive sulla sua pelle un legame che si sta sgretolando e uno che sta sorgendo, e nel ciclo vitale (continuato) delle dodici notti scoprirà un nuovo tipo di maturità, una crescita interiore che le permette di affrontare con nuovo spirito la realtà. Solo coloro che sanno accettare cosa riserva il destino possono dirsi felici. La ricerca della stabilità, terminati bruscamente gli anni delle certezze economiche, è un quesito a cui il cinema prova a fornire una risposta plausibile. Non si spiegherebbe altrimenti il fiorire di tante commedie giovanili, piene di speranze ma al contempo estremamente pessimiste nel portare sullo schermo storie tristi e disilluse.
La pellicola è frammentata, la narrazione si fa letteraria - dodici piccoli capitoli più un prologo e un epilogo -, la recitazione è quasi teatrale. Il tono intellettuale talvolta è fastidioso, ma il sottofondo sonoro, jazzato e molto cool, serve a lenire le incertezze di una regia un po' acerba. Aubrey Lam prova a riportare in voga il metodo U.F.O., facendo il verso al manierismo di Peter Chan, qui presente nel ruolo di produttore. Compito comunque non facile, neanche per una sceneggiatrice di successo che proprio al fianco di Chan ha messo a segno il suo colpo migliore (Who's the Woman, Who's the Man).
Sono i due protagonisti che mantengono in piedi il film, e che riescono a tenere alta la tensione emotiva. Cecilia Cheung, cantante pop adorata dalle folle, offre una prestazione a tutto tondo, capace di toccare i molteplici vertici espressivi che il suo personaggio richiede. Un carattere molto difficile da comprendere quello di Jeannie, che passa in un attimo dalla gioia al pianto, dalla depressione all'entusiasmo, e che subito dopo cambia nuovamente il suo umore. Significativo il monologo finale, una confessione rivolta più al pubblico che al partner (che infatti si addormenta). Eason Chan, anche lui popstar, è all'altezza della collega con il suo tono dimesso che si svela gradualmente. Il colpo di scena matura progressivamente, senza fretta, ed è più spiazzante proprio per la sua crescita lenta ma costante. Indovinato e prezioso il cammeo di Nicholas Tse, che apre e chiude il film, in perfetto stile Wong Kar-wai, e che con neanche due battute diventa decisivo per le sorti dei personaggi.

Hong Kong, 2000
Regia: Aubrey Lam
Soggetto / Sceneggiatura: Aubrey Lam
Cast: Cecilia Cheung, Eason Chan, Candy Lo, Nicola Cheung, Nicholas Tse

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