"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Vengeance Is Mine

Vengeance Is MineCon la stessa cattiveria della prima New Wave, alcuni cineasti, sfruttando il trend della terza categoria appena introdotta, hanno saputo sfruttare, nella seconda metà degli anni ottanta, l'allargamento delle maglie della censura. Può spiazzare il fatto che lo stesso approccio alla materia sia proprio di un regista (all'esordio dietro la macchina da presa dopo una breve gavetta come direttore artistico), Lee Chi-ngai, noto per le sue future commedie basate su buoni sentimenti e atmosfere familiari. E visto che Vengeance Is Mine è un film coraggioso, duro, senza compromessi, lo stupore è ancora maggiore.
Ispirato ai tre capisaldi del filone stupro & vendetta (Cane di paglia di Sam Peckinpah, L'ultima casa a sinistra di Wes Craven e I Spit On Your Grave di Meir Zarchi), il film presenta Rosamund Kwan al suo primo ruolo di un certo spessore. L'attrice, abituata più alla commedia che al dramma a tinte forti, veste i panni di un'infermiera violentata da quattro criminali e in seguito accusata dell'omicidio di uno di loro. Le bestie feroci cominciano a perseguitarla, creandole il vuoto intorno e coinvolgendo anche un tassista di buon cuore e una collega della donna (lei pure finirà stuprata). Esasperate dall'indole imbelle della polizia, come al solito con le mani legate, e dalle continue provocazioni, le due donne arriveranno a fare piazza pulita dei loro avversari. Nella maniera più cruenta possibile.
Senza allontanarsi dai clichés del meta-genere, il film di Lee è un vero pugno nello stomaco. Perché a differenza dei tre prototipi sposta il malessere del crimine che irrompe nella realtà quotidiana in un contesto urbano, domestico, assolutamente usuale. I violentatori entrano a loro piacimento nelle case delle vittime, ne minano le certezze basilari, rendono pericolosi i luoghi cari. Oltretutto ampliano il senso di smarrimento con la confidenza che la giustizia, bene o male, non li può colpire direttamente, in maniera razionale. Non si tratta però di retrogradi tentativi destrorsi di giustificare la violenza privata, ma di un excursus in una moderna discesa agli inferi e ritorno: psicologicamente lo shock è molteplice. Colpisce prima a livello fisico e subito dopo a livello inconscio, specialmente quando coloro che stanno vicini alla vittima decidono di abbandonarla pur di non essere coinvolti nella sua difficile situazione.
Di primissimo livello la resa interpretativa: più dei buoni risaltano i volti dei quattro malviventi, ceffi da galera spavaldi e baldanzosi, baciati dalla tracotanza del prepotente. Unica grossa pecca risultano allora principalmente le musichette intrusive, quasi lounge, che se per certi versi ben si sposano a una fotografia quasi pop, colorata, spesso risultano fastidiose. Nelle scene clou il silenzio può essere molto più rumoroso.

Hong Kong, 1988
Regia: Lee Chi-ngai
Soggetto / Sceneggiatura: Lee Jeung, Cheung Siu Hei
Cast: Rosamund Kwan, Pat Ha, Derek Yee, Gam Hing Yin, Poon Jan Wai

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