"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Whatever You Want...

Whatever You Want...Whatever You Want... è un esempio poco brillante della follia del cinema cantonese: sconclusionato e pasticciato, il film di Wong Jing ha però alcuni singoli momenti interessanti. Di poco conto la storia in sé, incentrata sulle disavventure di una Anita Yuen cui la vita non riserva grandi soddisfazioni, né sul lavoro, né in amore, né in famiglia. Fino alla scoperta di tre perle grazie alle quali la giovane riesce ad evocare un genio tanto imbranato quanto attraente. Fuori contesto, è la spietata fotografia di un pubblico ricco di contraddizioni, diviso tra una forte propensione alla modernità e un testardo rispetto della tradizione. Psicopatologia del cineasta medio, che al cinema disdegna ambizioni autoriali in alternanza a prodotti commerciali e all'artigianato più spudorato, prendendo spunto dalle esperienze straniere e dal proprio passato, e giudicando la contemporaneità con un piglio autoritario che non ammette compromessi.
Si parte proprio dall'esplicita parodia di un grande successo americano, Speed - qui rinominato Sleep, con riferimento ai problemi di insonnia della protagonista - per costruire una love story sui generis che si basa quasi esclusivamente sul citazionismo. Approfittando dei momenti onirici che Anita Yuen, divoratrice di film, continua a vivere, il regista rifà a modo suo A Chinese Torture Chamber Story, si prende in giro da solo - Ko guarda dieci film in una notte, perché tanto sono film diretti da Wong Jing e si possono guardare con il fast forward - e non si tira indietro di fronte a Wong Kar-wai, rappresentato come un autore snob e incomprensibile. Anche grazie ai divertenti giochi di parole, la satira centra il bersaglio: in un cinema proiettano una versione riveduta e corretta di Ashes of Time; il pubblico esprime il suo dissenso e picchia il regista prima di essere bacchettato da un cinefilo che cita post-moderno e significati reconditi. E non è che l'inizio.
Il cinema di Wong Jing è diverso e complementare rispetto ai modelli più impegnati; prevede comunque un amore per il cinema e una padronanza tecnica non indifferenti, ma li utilizza in maniera differente, mettendoli al servizio dello spettatore e delle sue pulsioni più popolari. Non ha pertanto paura del ridicolo: il ruolo di Michael Wong - un genio asessuato cui un maschilista sporcaccione dà lezioni di seduzione - è lì a conferma di una capacità di adattamento che non conosce confini. L'iperbole dei tre ruoli in gioco consente al pubblico, che conosce benissimo i divi dello star system, di ridere dei miti da loro stessi creati; non diversamente gli attori rinfrescano la loro immagine senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Trionfo della semplicità non equivale ad approssimazione. Wong mischia le carte e non riesce ad evitare un po' di confusione, ma ne esce con mestiere, sfruttando battute e situazioni di rito sviluppate con efficacia.

Hong Kong, 1994
Regia: Wong Jing
Soggetto / Sceneggiatura: Wong Jing
Cast: Anita Yuen, Michael Wong, Jordan Chan, Christy Chung, Mimi Chu

Free Joomla templates by L.THEME