"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Wild Search

Wild SearchWild Search è un'inattesa inversione delle tendenze registiche di Ringo Lam, da sempre abituato al crime movie realistico e adesso alle prese con un mélo fiammeggiante mascherato da noir. Non varia la forma, volutamente grezza, semmai è il contesto ad evolversi in chiave intimista. Nei precedenti lavori dell'autore non mancavano certo risvolti romantici, ma Wild Search si spinge oltre, tratteggiando la storia d'amore, appena sussurrata, tra un poliziotto dai modi bruschi e una donna di campagna cui è stata brutalmente uccisa la sorella. Ci mette poco l'uomo a sciogliersi, merito soprattutto di una bimba (il cui impiego come perno emotivo fortunatamente non stona) che la morta ha lasciato come eredità; ci mette molto di più la donna, testarda e legata alle tradizioni rurali, ma al tempo stesso dolce e ingenua.
L'ispirazione da Witness - Il testimone di Peter Weir è appena un accenno, la sceneggiatura del solito grande Nam Yin sfrutta appena il pretesto (la bambina è il collante tra uomo e donna e nell'intreccio giallo non entra praticamente mai) per dedicarsi poi ai suoi personaggi. Che parlano poco ma sono molto vivi, credibili. Chow Yun Fat non sa quando deve essere serio e quando può azzardare una battuta: in ogni situazione, senza la pistola in mano, sembra a disagio, segno di una fragilità emotiva residuo di dolori (la moglie e la figlia uccise da un rapinatore) annegati nel super-lavoro. Lei, d'altro canto, non è la solita cittadina arrogante - il contrasto con la sorella salta subito all'occhio - ma neanche la dama del focolare che sta con le mani in mano ad aspettare che il tempo passi e che l'uomo torni a casa. Ha un marito che l'ha tradita, un padre burbero, una nipotina imprevista. Quando quest'ultima entra nella sua routine quotidiana, fatta di duro lavoro, nei campi o fra le mura domestiche, le permette di riscoprire la sua vitalità e la sua sensualità.
Progettazione e realizzazione di ogni dettaglio sono ad alto livello: stona piuttosto l'eccesso muscolare, in teoria la storia portante, che finisce per essere dominato dalla parentesi. Nel ruolo dei cattivi i soliti Roy Cheung, lanciato proprio da Lam, e Paul Chun, la cui recitazione è eccessiva e fuori luogo (per contrasto basta vedere il grande lavoro di Lam con il solitamente mono-espressivo Tommy Wong). Sono per assurdo i due villain, figure tipiche della poetica del regista, i personaggi meno interessanti, cosa impensabile a priori. L'aver domato il proprio stile non implica un appiattimento della narrazione. La macchina si muove molto, seguendo le rotaie di lunghe carrellate, assecondando le ambizioni della splendida fotografia notturna di Andrew Lau. Emerge ancora una volta Hong Kong come microcosmo ricco di vita, che si accende con il buio e si spegne con la luce, ossimoro confermato e reso palese dalle dolci note di Lincoln Lo. Non mancano certo stunt, inseguimenti pericolosi (la maggior parte dei quali inutili, segno di un'ironia superiore alla media) e sparatorie, orchestrati con grande abilità e con senso dello spettacolo non comune. Non mancano neanche le banalità, che si elidono con i momenti sinceramente commoventi.

Hong Kong, 1989
Regia: Ringo Lam
Soggetto / Sceneggiatura: Nam Yin
Cast: Chow Yun Fat, Cherie Chung, Roy Cheung, Tommy Wong, Paul Chun

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