"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

X-Mas Rave Fever

X-Mas Rave FeverIn un luogo di confine tra il gioco stilistico di Pulp Fiction e il relativismo prospettico di Go - Una notte da dimenticare si colloca questo X-Mas Rave Fever. Alan Mak si dimostra regista di grande intuito e tesse una storia ad incastri semplice ma mai banale su un gruppo di giovani nella notte di Hong Kong. Centro motore e luogo delle vicende è infatti quel mondo prevalentemente sotterraneo e sottaciuto delle discoteche e dei rave party.
Ad introdurci nella storia, sorta di Virgilio post-moderno, è Don Fung, un insipido impiegato che suo malgrado si ritrova coinvolto dai pochi ricordi di una notte brava nella ricerca della donna con cui è andato a letto, a cui vuole restituire l'agendina perduta. Crederà di trovarla in Nicole, splendida regina della notte che instaura con lui un rapporto a base di danza e sesso, intenso quanto di breve durata. Nonostante tutto, però, è per lui l'occasione di fare la conoscenza con tutte le persone stravaganti che le ruotano attorno. Stephen, tenebroso e taciturno sbandato alla ricerca di qualche indizio sulla sorte della sua ex-amante, misteriosamente scomparsa. Ashley, che si finge giornalista per aiutare Stephen nella sua ricerca, in realtà da lui attratta. E infine Gordon, sfortunato perdigiorno afflitto da una strana malattia, che troverà in Don un confidente comprensivo. Il punto di vista continua a ruotare tra i diversi protagonisti, permettendo di seguire le evoluzioni dei singoli fili narrativi, e la commedia iniziale viene trasformata con abilità sorprendente in un thriller sobrio e funzionale, con l'inattesa rivelazione finale a stringere i fili e conchiudere la parabola. In una rincorsa alla verità che prevede continui cambi di rotta narrativi perfettamente integrati e un meccanismo come quello delle diverse storie ad intarsi sì collaudato, ma qui applicato nella sua forma più sbarazzina e funzionale al contempo, si ha il tempo di divertirsi senza doversene vergognare, con un occhio di riguardo cinefilo a classici quali Rashomon di Akira Kurosawa.
La regia è compatta, in grado di creare un'atmosfera unitaria e credibile senza ricercare effetti eccessivi o vistosi, in questo discostandosi - nonostante il soggetto estremamente allettante da questo punto di vista, in tutta la sua carica trendy e modaiola - dall'imperativo vigente che vorrebbe l'estetica roboante e fine a se stessa trionfare sulla forma narrativa più aderente e trasparente alla storia narrata. D'altra parte se il mix è sostanzialmente riuscito, oltre che grazie a una sceneggiatura finalmente sapientemente dosata e attenta ai particolari (genere d'attenzione piuttosto trascurata, negli ultimi tempi), il merito va soprattutto agli attori, che da soli sono in grado di reggere le sorti del film sulle loro spalle. In primo luogo Sam Lee, che si conferma una volta di più e se ancora ce ne fosse bisogno istrionico e carismatico al punto giusto, controllato e ammiccante quando serve e senza inibizioni o freno nelle altre occasioni (la scena della maglietta con le impronte delle mani è fantastica). Ma ad emergere, in un cast comunque tutto all'altezza, sono anche Terence Yin e Jaymee Ong. Il primo, con questa sua aria distrutta e afflitta e lo sguardo vagamente vacuo, è convincente e riesce a giocare bene sul filo di rasoio del ruolo ambiguo che sembra essersi cucito addosso; la seconda è invece accattivante e ammaliante, rubando la scena in qualsiasi inquadratura sia presente (un peccato la si veda così poco, valga la brevissima apparizione nel mediocre Gen-X Cops).
Un film che tutto sommato è passato ingiustamente inosservato. Non certo una di quelle pellicole che può far gridare al miracolo o che può smuovere forti passioni, ma comunque una prova più che convincente, sul cammino della vera rivelazione, A War Named Desire.

Hong Kong, 1999
Regia: Alan Mak
Soggetto / Sceneggiatura: Yip Biu Kei, Susan Chan
Cast: Mark Lui, Terence Yin, Jaymee Ong, Sam Lee, Yoyo Mung

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