Il re della risata: intervista a Michael Hui

Scritto da Emanuele Sacchi e Andrea Tagliacozzo. Postato in INTERVISTE

Michael Hui

Michael Hui è un nome solo relativamente noto per i meno avvezzi al cinema di Hong Kong. Ma se il cinema in cantonese a lui deve moltissimo, anche quello comico nella sua globalità non può ignorare l'importanza della sua opera. Difficile immaginare la Hong Kong dell'epoca aurea degli anni '80 e '90 senza la spinta propulsiva determinata dal successo commerciale dei film dei fratelli Hui nei '70. In quegli anni Michael, che insieme ai fratelli Ricky e Sam forma un trio dalla vis comica micidiale, ha riportato il cinema in cantonese al centro della scena, quando ormai il cinema degli Shaw Brothers e le produzioni in mandarino rappresentavano la quasi totalità della produzione hongkonghese1.

Far East Film 18: intervista agli organizzatori

Scritto da Francesca Mansutti. Postato in INTERVISTE

FEFF 18

Siamo giunti al gran finale di questa 18ma edizione del Far East Film Festival, che si chiuderà stasera con l’annuncio dei vincitori. E se ad aprire le danze è stato il grande Johnnie To, quale personaggio migliore di mr Sammo Hung, super ospite con il suo The Bodyguard e Gelso d’Oro alla carriera, per celebrare l’ultima serata di un Festival che, fedele al numero che indossa, conferma di aver raggiunto la piena maturità inserendosi di merito tra i grandi ed irrinunciabili eventi cinematografici mondiali, divenendo un appuntamento fisso per registi, attori, star di fama internazionale ed emergenti, cineasti, produttori e, grazie a Ties That Bind ed il nuovo Focus Asia, compratori. Dunque due leggende del cinema di Hong Kong ad aprire e chiudere questo Festival, ma alla luce delle sempre più numerose co-produzioni Cina-Hong Kong ed allo strapotere della cinematografia cinese e sud-coreana, quanto spazio avrà ancora in futuro il cinema made in Hong Kong al Far East Film Festival e, più in generale, nel panorama mondiale? Ne abbiamo parlato con Sabrina Baraccetti e Thomas Bertacche, i deus ex machina del Feff, che abbiamo incontrato in sala stampa.

Sesso e possesso: il realismo critico di Herman Yau

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in INTERVISTE

Herman Yau con Erica Li

Tra alti e bassi, tra produzioni rivoluzionarie e titoli dimenticabili, Herman Yau resta una cartina di tornasole indicativa dello stato di salute del cinema di Hong Kong. La sua sensibilità innata per gli svantaggiati, i reietti, i dimenticati è quanto di più lontano dalla tendenza sino-centrica a produrre blockbuster sempre più acefali nei contenuti e sempre più estrogenati negli effetti speciali. Immaginate un film come The Untold Story (1993) oggi, nell’era del politicamente corretto, e vi risulterà chiara la pregnanza del lavoro di Yau in termini di steccati abbattuti. Il suo sguardo resta puro e impavido, anche quando i dubbi morali si fanno insormontabili, là dove molti si tirerebbero indietro. Anche solo per queste ragioni oggi c'è più che mai bisogno di Herman e del suo piccolo grande cinema.

Abbiamo incontrato diverse volte Herman Yau (un'intervista a lui la potete recuperare su Il nuovo cinema di Hong Kong: voci e sguardi oltre l'handover, Bietti Heterotopia, 2014), ma l'occasione di Sara era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Un'opera fragile e vulnerabile come la sua protagonista (l'ex-Twins Charlene Choi, in uno dei suoi ruoli più ambiziosi), da osservare con attenzione nonostante i macroscopici difetti per non smarrire il filo del discorso di un (non-)autore rimasto tra i pochi a salvaguardare il cinema in lingua cantonese.

Intervista a Jacob Cheung

Scritto da Manfredi Mancuso (Giornalista e critico cinematografico de Il Giornale di Sicilia). Postato in INTERVISTE

Jacob CheungTra i numerosi validi registi presenti nel panorama dell’industria cinematografica di Hong Kong, ce n’è uno che si distingue dagli altri per la passione, la sincerità e la calda umanità dei suoi film.
Cinese di Hong Kong, classe 1959, 15 film all’attivo da regista e numerosi altri girati in veste di attore e produttore, Jacob Cheung è uno dei più acclamati registi del cinema cantonese. Stimato per la sua integrità e per il rifiuto dei compromessi in vista dei profitti di mercato, Cheung ha debuttato come regista nel 1988 con il film Lai Shi, China's Last Eunuch che gli valse il plauso della critica. Da allora la fortuna come regista, pur fra fisiologici alti e bassi, ha continuato ad arridergli. Molti dei suoi film (tra i quali numerosi drammi o tragicommedie), hanno vinto premi importanti. Soprattutto due delle sue opere, Beyond The Sunset (1989) e Cageman (1992), hanno fatto incetta di premi nei festival di Hong Kong, consacrandolo come uno dei migliori talenti del cinema cantonese.
Lo incontriamo a Pechino, dove il regista ha appena finito le riprese del suo ultimo film e dove è presente per intervenire alla conferenza stampa di presentazione del FIRST International Film Festival Xining, ambiziosa rassegna giunta alla 7° edizione e dedicata ai giovani talenti del cinema, cinese e non.

Incontro con Peter Chan e il cast di Dearest a Venezia 71

Scritto da Giampiero Raganelli. Postato in INTERVISTE

Peter Chan

INTERVISTA A PETER CHAN

A distanza di nove anni da Perhaps Love, che chiuse l’edizione della Mostra del Cinema nel 2005, Peter Ho-sun Chan torna a Venezia con Dearest, presentato fuori concorso. Opera toccante sulla scomparsa e il ritrovamento di un bambino, il film è ispirato a una storia vera della Cina contemporanea. Ne abbiamo parlato con il regista, presente al Lido insieme alle attrici protagoniste della pellicola, Zhao Wei e Hao Lei, che hanno interpretato rispettivamente la madre adottiva del bambino e quella biologica.

Il tema della ricerca di un figlio scomparso era trattato anche nel segmento che avevi realizzato per il film collettivo Going Home, intitolato Three. Per quale motivo ti interessa questo argomento?

Sono tornato su questo tema solo per via della storia di cui sono venuto a conoscenza e che ho voluto raccontare, dunque non c’è nessuna relazione diretta con Going Home. Quando ho girato quel film non ero ancora un genitore, e non credo che Going Home abbia qualcosa a che vedere con il mio essere padre. Ora sono un papà molto premuroso, ma credo che la vicenda che ho raccontato in Dearest mi avrebbe colpito anche se non fossi stato genitore.

Puoi raccontarci qualcosa degli eventi di cronaca che sono al centro del film? È stato forse un documentario a ispirarti?

Sono venuto a conoscenza della vicenda circa un anno fa, e ho avuto subito l’idea di farne un film: si è trattato di un processo molto semplice, di certo più veloce della maggior parte delle normali produzioni. Non era esattamente un documentario quello a cui mi sono ispirato, bensì un programma di news di circa mezz’ora, andato in onda sulla CCTV (China Central Television). Era uscito probabilmente sei mesi prima che lo vedessi su un dvd che mi avevano dato. È stata la prima volta in cui sono riuscito a vedere in un reportage qualcosa che mi ispirasse a fare un film.

Il beniamino del Far East: Pang Ho-cheung

Scritto da Pierre Hombrebueno. Postato in INTERVISTE

Pang Ho-cheungPang Ho-cheung è, con tutta probabilità, l’autore hongkonghese più amato e celebrato dal Far East Film Festival di Udine. Per farci capire: un paio d’anni fa la manifestazione friulana ha persino proiettato i primissimi cortometraggi amatoriali che il regista girò nella sua infanzia assieme ai fratelli più grandi; un trattamento, questo, che il FEFF non aveva mai riservato a nessuno. E come dargli torto: Pang Ho-cheung è definitivamente uno dei migliori talenti che possa offrirci oggi l’ex colonia britannica, un autore che ha sfornato un cult dietro l’altro fin dall’esordio You shoot, I shoot.
Oggi, 24 aprile 2010, è presente a Udine per la quinta volta per presentare la sua ultima fatica, Dream Home, probabilmente uno dei film più violenti e sadici mai usciti da Hong Kong.

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