Far East Film 18: intervista agli organizzatori

Scritto da Francesca Mansutti. Postato in INTERVISTE

FEFF 18

Siamo giunti al gran finale di questa 18ma edizione del Far East Film Festival, che si chiuderà stasera con l’annuncio dei vincitori. E se ad aprire le danze è stato il grande Johnnie To, quale personaggio migliore di mr Sammo Hung, super ospite con il suo The Bodyguard e Gelso d’Oro alla carriera, per celebrare l’ultima serata di un Festival che, fedele al numero che indossa, conferma di aver raggiunto la piena maturità inserendosi di merito tra i grandi ed irrinunciabili eventi cinematografici mondiali, divenendo un appuntamento fisso per registi, attori, star di fama internazionale ed emergenti, cineasti, produttori e, grazie a Ties That Bind ed il nuovo Focus Asia, compratori. Dunque due leggende del cinema di Hong Kong ad aprire e chiudere questo Festival, ma alla luce delle sempre più numerose co-produzioni Cina-Hong Kong ed allo strapotere della cinematografia cinese e sud-coreana, quanto spazio avrà ancora in futuro il cinema made in Hong Kong al Far East Film Festival e, più in generale, nel panorama mondiale? Ne abbiamo parlato con Sabrina Baraccetti e Thomas Bertacche, i deus ex machina del Feff, che abbiamo incontrato in sala stampa.

"Dal mio punto di vista" - ci dice Sabrina - "lo spazio per Hong Kong al Far East ci sarà sempre: siamo nati con il cinema di Hong Kong, quindi per il Feff Hong Kong è imprescindibile e continueremo sempre a mostrare le produzioni hongkonghesi. Tuttavia, con l’avvento delle nuove co-produzioni con la Cina, da due anni abbiamo dovuto istituire una nuova categoria nella nostra line–up dedicata proprio alle co-produzioni Cina-HK, che è andata ad affiancarsi alla categoria 100% Hong Kong e a quella cinese, e questo fa ben capire quanto le cose si stiano rapidamente modificando nell’industria cinematografica dell’estremo oriente. Ciò che è emerso in questi giorni di Festival, ma già dall’anno scorso in realtà, è che a fronte dell’impegno inevitabile dei produttori e cineasti hongkonghesi a rivolgersi ad un pubblico più allargato e vasto come quello cinese, quindi andando a cercare le formule per comunicare e collaborare con gli spettatori cinesi, c’è comunque una produzione locale molto forte, tant’è vero che personaggi come Chapman To personificano questo spirito di Hong Kong che è ancora fortissimo. Non dimentichiamo infatti che resta sempre la Milkyway, come ha detto bene Johnnie To: si pensi ad un film come Trivisa che è un prodotto che non può essere esportato in Cina e che è fedele al genere gangster tipico di Hong Kong. Ed è un esempio evidentissimo Weeds on Fire di Chan Chi-fat, inserito nella sezione competitiva, un film che incarna perfettamente lo spirito contemporaneo locale di Hong Kong: quando l’abbiamo visto la prima volta abbiamo avuto subito la sensazione che fosse in qualche modo la prosecuzione ideale di quello che era stato Made in Hong Kong di Fruit Chan, realizzato nel 1997 prima che Hong Kong tornasse alla Cina. Ci sono dei collegamenti fortissimi tra i due film, si pensi che il produttore di Weeds on Fire è il direttore della fotografia di Fruit Chan in Made in Hong Kong, quindi il collegamento è molto forte. Weeds on Fire è senza dubbio un film di Hong Kong al 100%". 

Quale sarà secondo voi la tendenza del cinema di Hong Kong, cosa riserverà il futuro?

"Il cinema di Hong Kong come l’abbiamo conosciuto noi, non esiste già più, si è trasformato, è diventato altro oppure si è trasferito in Cina" - ci spiega Thomas - "Le produzioni hongkonghesi, soprattutto un certo tipo di action che ha fatto la storia del cinema di Hong Kong e che l’ha reso popolare, garantendo incassi che arrivavano direttamente dal territorio, oggi non esiste più, quel tipo di cinema è irripetibile. Le grandi produzioni oggi si sono spostate completamente in Cina, ogni film di grande successo è fatto in Cina, gli incassi sono enormi, gli attori che divengono importanti sono quelli che lavorano in questi film ed oggi è impensabile per Hong Kong sostenere questi costi e soprattutto questi cachet. Quello che succederà, e che dobbiamo sperare che succeda, è che Hong Kong continui a produrre registi, attori ed addetti ai lavori e continui ad essere la fucina dell’industria cinematografica cinese dei filmmaker (si pensi anche al progetto Fresh Wave, ad esempio): oggi il cinema cinese viene fatto per il 70% da gente che proviene da Hong Kong, quindi la speranza è che continui ad avvenire questo. Dall’altra parte ci sarà sempre quello che possiamo definire un cinema quasi di resistenza, che cercherà di portare avanti un certo tipo di discorso, ma che mano a mano però credo che diventerà sempre arthouse e sempre meno cinema di genere: nel momento in cui verranno meno registi come Herman Yau, ovvero quei registi molto legati alla storia del cinema di Hong Kong, è chiaro che ci sposteremo su prodotti come Weeds on Fire, un film molto bello legato alla città di Hong Kong ma meno a quel tipo di cinema che ci ha fatto innamorare di Hong Kong".

E in questa edizione del Festival di certo non poteva mancare Ten Years, proiettato nella sezione non competitiva, film che si inserisce perfettamente in quest’ottica...

"Ten Years è un film che non potevamo non mostrare" - dice Sabrina - "pur trattandosi di un tipo di cinema che non rientra nella logica di questo Festival perché non è un film di genere. E’ un film che ha avuto un successo pazzesco sul territorio, tutti ne parlano, lo cercano, ne discutono e lo vogliono vedere, basti pensare che dopo aver ricevuto il premio come miglior film agli Hong Kong Film Awards è stato riproposto nei multiplex a Hong Kong e sale con 800 posti hanno visto esaurire i biglietti nel giro di 3 minuti: questo testimonia l’interesse che ha suscitato Ten Years nel pubblico di Hong Kong, pur trattandosi di un film che si discosta notevolmente dal cinema di genere, con un’estetica completamente diversa. Senza contare poi le numerose proiezioni in strada, quelle clandestine precedenti agli Hong Kong Film Awards, quando pur senza avere la censura il film non veniva comunque proiettato nelle sale per il timore di ritorsioni".

"Quello che cerchiamo di fare al Far East Film Festival è cercare di mostrare a Udine, e più in generale in Europa, quello che la gente vede e soprattutto vuole vedere in Asia" - prosegue Thomas - "e quindi cercare di descrivere le sensazioni, l’immaginario di una società che vive molto distante da noi e che ha caratteristiche e problematiche delle volte molto distanti dalle nostre. Ten Years è un film che è nato con intenti assolutamente politici, nel senso che vuole raccontare la situazione in cui si trova Hong Kong: ricordiamo che è nato prima dell’Umbrella Movement e probabilmente forse non avrebbe provocato questa reazione di paura, di autocensura che abbiamo visto. Non è stato censurato dalla Cina, ma semplicemente i cinema non lo vogliono proiettare per paura di dare fastidio al Governo e di alimentare un certo tipo di sentimento. Dentro la programmazione del Feff un film come Ten Years ci sta perfettamente perché descrive perfettamente le sensazione che si vive oggi ad Hong Kong ed ha avuto un successo incredibile sul pubblico locale".

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