Alan Mak

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in PROFILI

Alan MakAlan Mak è uno dei registi emergenti più intriganti e talentosi. Scoperto dal solito inesauribile Joe Ma, nella cui fucina si è fatto le ossa - aiuto regista di Feel 100%... Once More e Lawyer, Lawyer, nonché assistente del Benny Chan periodo Milkyway per Big Bullet -, Mak è qualcosa di più di un artigiano e qualcosa di meno di un autore. Non gli manca la personalità, che sfodera brillantemente nell'esordio Nude Fear, del 1998, e non gli mancano il coraggio di sperimentare con i generi e la concretezza nell'intrattenere il pubblico. Sfruttando un cast poco noto ma brillante - soprattutto Kathy Chow, in altre occasioni bella ma non troppo espressiva -, Mak prova a occidentalizzare un serial thriller dal soggetto interessante (di Joe Ma e Susan Chan) ispirandosi al Jonathan Demme de Il silenzio degli innocenti. Con il film successivo, il sottovalutato ma originalissimo X'Mas Rave Fever, cambia oggetto di indagine, portando in primo piano il malessere dei giovani discotecari: nella circostanza lo sguardo indaga e rende partecipe lo spettatore, fingendo che il dramma grottesco sia un giallo vero e proprio. Ancora un cast di volti poco (e finora mal) sfruttati si rivela più adeguato del previsto: oltre a Sam Lee, che nei film (e nella stima) del regista avrà sempre un ruolo a disposizione, un musicista con poca esperienza come Mark Lui, un'altra bella ragazza senza troppa anima come Yoyo Mung, la modella australiana Jaymee Ong e il solitamente monocorde Terrence Yin, che non si preoccupa della sua immagine di casanova e la sporca con grande autoironia.
Dopo una breve pausa spesa ad aiutare il mentore Joe Ma nell'organizzazione del divertente Feel 100% II, Mak si dedica anima e corpo al film della definitiva maturazione. A War Named Desire, da lui co-sceneggiato insieme a Ma e a Clement Cheng, è uno splendido noir on the road, in ritardo di un paio d'anni sui capolavori Milkyway ma tematicamente e emotivamente in grado di reggerne il confronto. Ambientata in Thailandia, la pellicola ripropone diligentemente gli stilemi del poliziesco di Hong Kong, andando a ripescare luoghi comuni di un decennio prima - l'amicizia virile di Ringo Lam e John Woo, filtrata attraverso A Hero Never Dies di Johnnie To, di cui cita alcune soluzioni - e personalizzandoli con un afflato romantico non indifferente; il tutto con una splendida colonna sonora (ad opera di quello stesso Mark Lui da lui diretto l'anno prima) a base di chitarra. Il grosso passo falso costituito dall'ambizioso Final Romance, troppo su misura delle due star per giovanissimi Amanda Strang e Edison Chen, prodotto dalla Mandarin e distribuito dalla Golden Harvest, è comprensibile solo a posteriori, visto che il tentativo di cambiare genere pare richiedere almeno un film di transizione: tutto quello che non funziona nel primo torna perfezionato in Stolen Love, sentito melodramma romantico con personaggi surreali - ancora volti di scarso impatto adoperati al meglio: Raymond Lam, Rain Li e Wyman Wong -, atmosfere calde e un finale sbrigativo.
E' tempo di salire qualche gradino e di farsi notare da Andrew Lau, cui produce una delle regie recenti meno anonime, Dance of a Dream: di seguito arriva la grande proposta da parte di una delle major più influenti del momento, la Media Asia. La trilogia Infernal Affairs, ovvero il sogno di qualsiasi regista con un minimo di ambizione. Co-diretti con Lau, che trae netto giovamento dall'affiancamento, sono tre polizieschi adrenalinici scritti bene da Felix Chong (conosciuto ai tempi di Final Romance) e dallo stesso Mak. Il cast impressionante - Tony Leung Chiu-wai, Anthony Wong, Andy Lau, Eric Tsang, Sammi Cheng, Kelly Cheng, Chapman To, Edison Cheng, Shawn Yue, Leon Lai, Wu Kwan, Carina Lau - non offusca la capacità di Mak di dirigere gli attori e di permettere loro di dare il meglio di sé. Non si spiegano altrimenti, al di là di un battage pubblicitario con pochi precedenti, candidature e premi all'Hong Kong Film Award. La differenza, il valore aggiunto, è la regia sobria e concreta di Mak, che ruba in silenzio spazio al più quotato Lau, che si concentra sulla fotografia e sugli aspetti tecnici dell'opera, e gli impedisce quegli eccessi stilistici che ultimamente ne hanno frenato la carriera. Successo clamoroso, rivenduto negli States per un prossimo remake ad opera di Scorsese e apprezzato anche in Cina, dove è uscito con un finale alternativo edulcorato, il tris di pellicole ha lanciato definitivamente Alan Mak nell'olimpo dei registi. Sarà importante, adesso, per mantenere la stima dell'ambiente e l'affidabilità al box office, adattarsi in fretta dagli standard del cinema indipendente di qualità a quelli del blockbuster mainstream con necessità di incassi e fruizione altamente popolare.

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