Clarence Ford

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in PROFILI

Clarence FordClarence Ford (Fok Yiu-leung) ha avuto vita dura a Hong Kong. Lui, che per certi versi incarna alla perfezione la visione (esterofila?) del cinema di Hong Kong come amalgama di elementi contrastanti e incompatibili, è oggi costretto a prestarsi come yesman per prodotti discutibili come Martial Angels. Un passo indietro, ai primi ottanta, periodo del debutto, dopo una laurea e il necessario apprendistato televisivo presso la TVB come sceneggiatore: agli inizi Ford deve subire i desideri dei produttori e passa dal dramma sociale alla commedia romantica (il divertente Greatest Lover, con Chow Yun Fat mattatore). Con il thriller Before Dawn sposta il discorso su tematiche scomode e inconsuete - l'underground gay - e si vedono i primi accenni del suo stile. They Came to Rob Hong Kong, The Iceman Cometh e Dragon from Russia, tratto da un manga, sono l'antipasto. Il piatto forte è Naked Killer, cult all'estero, anche se in patria se ne accorgono in pochi, e solo a posteriori. Non un bel film, un impasto di kitsch e exploitation ruffiana, con assassine lesbiche e poliziotti impotenti, diretto però con polso. A scene di grande crudezza Ford alterna momenti grotteschi (un poliziotto che mangia per sbaglio un pene) e una sensualità insistita che sarà da qui in poi il suo marchio. Già nel modesto Gun n'Rose, scritto da Wai Ka-fai, che come Black Panther Warriors soffre della mancanza di un vero protagonista - produce entrambi i lavori Alan Tang, che pur non avendone il carisma pretende per sé il ruolo dell'eroe -, Ford aveva delimitato il suo territorio. Crimine, violenza in dettaglio, fotografia curata, azione esasperata, per un approccio sovraccarico, patinato, ben oltre il confine tra buon gusto e efficacia spettacolare. Definito in vari modi - calligrafo, narcisista, manierista, formalista - e paragonato spesso a Ching Siu-tung, Ford ha continuato per la sua strada senza tentennamenti. Passion 1995, ennesimo action atipico dove convivono acrobazie, parentesi comiche e personaggi da noir, è il culmine di questa parabola esuberante. Per sensibilità l'autore, trasgressivo e nichilista come pochi altri a Hong Kong, ricorda un Takashi Miike (meno geniale): identica la volontà di smascherare i meccanismi del genere e di portarne alla luce le contraddizioni, lavorando su furore e bizzarrie, su sarcasmo imprevisto e ellissi enfatiche, plasmando le immagini e ricorrendo con compiacimento a tutti gli espedienti registici del caso. Traboccano i suoi film di invenzioni, di curiosità ai limiti del folklore colorito, di veli svolazzanti, di colori stroboscopici, di luci trasversali, di attori disorientati. Con Her Name Is Cat, remake improprio, - e se possibile ancor più fuori controllo - di Naked Killer, si arriva il punto di non ritorno, ultimo grado di sopportazione di pubblico e industria. La necessaria inversione di marcia riparte da Remains of a Woman, crudo, realista, basato su un fatto di cronaca, che vale alla bravissima Carrie Ng una nomination agli Hong Kong Film Award. Il cambio di tendenza garantisce a Ford una nuova chance: sono necessari due film modesti (Thunder Cop e On Fire) per completare la transizione. Cheap Killers è un gioiello sottovalutato dove convivono esistenzialismo sottotono e cruda demistificazione del mondo del crimine: non mancano violenza e erotismo carnale (alle grazie della voluttuosa Kathy Chow si contrappone il crudo stupro anale subito da Sunny Chan). Century of the Dragon ritorna alle triadi e dice la sua sul post Young and Dangerous, glamourizzando il personaggio del tycoon Andy Lau e cedendo alla retorica delle parti (si combattono un mafioso infido e uno buono, assistito da un undercover combattutto tra dovere e piacere). L'ottimo The H.K. Triad ricostruisce gli anni sessanta e mette in piedi una storia di collusione tra polizia e gangster, puntando sugli attori (Lau Ching-wan, Francis Ng e Athena Chu) e sul fascino di location e costumi, mentre il recente Stowaway, ambientato tra Vietnam e Russia, si concentra sul traffico di clandestini, drammatizzando la realtà più nera (al contrario del più intimista The Queen of Kowloon, passato praticamente inosservato). Con la sua disomogeneità oggi Clarence Ford rappresenta la necessaria mosca bianca in una realtà produttiva sempre più standardizzata. Non a caso alle prese con l'ennesimo progetto da esecutore - The New Option -, imbrigliato dai produttori che ne frenano l'estro, decide di lasciare il set a metà riprese e di togliere la firma.

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