"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Gordon Chan

Gordon ChanA metà degli anni novanta emerge prepotentemente un regista la cui passione per l'azione e le sparatorie è ai limiti della fissazione personale. La carriera di Gordon Chan è sotto diversi punti di vista simile a quella di John Woo, avendo vissuto un iter professionale del tutto simile. I primi passi del giovane regista sono stati spesi a fare gavetta negli studi degli Shaw Brothers, dove si occupava di effetti speciali.
Sul finire degli anni ottanta si materializza la possibilità di fare il grande salto e di dirigere una commedia: il trend del momento, prendere in giro il borghese medio, arricchito e arrogante, si palesa nel successo Yuppie Fantasia. Gli ottimi riscontri costringono il regista a frequentare il genere comico oltre le sue intenzioni, sfornando prodotti piacevoli in grado di intrattenere larghe fasce di pubblico: il sequel Brief Encounter in Shinjuku è addirittura superiore all'esordio e garantisce a Chan la possibilità di lavorare nel futuro prossimo con un comico che sta rapidamente conquistando il favore degli spettatori, Stephen Chiau. Fight Back to School non è il miglior film dell'attore, che anzi appare contenuto, costretto in un ambiente poco consono al suo umorismo strampalato; Gordon delinea un contesto potenzialmente demenziale (il ritorno a scuola di un poliziotto infiltrato) ma poi impedisce al suo protagonista di gigioneggiare in libertà. Il pubblico, e con esso molti critici, risponde comunque in maniera più che soddisfacente, facendo produrre due seguiti, di cui solo il primo diretto dallo stesso Chan.
Questi torna a lavorare con Chiau in una parodia gongfu, King of Beggars, già più interessante per stile e contenuti ma dove l'attore è sempre troppo controllato per poter offrire il meglio del suo repertorio. Qualche anno prima il regista aveva firmato due interessanti sceneggiature, una per il violento The Big Heat di Johnnie To, la seconda per Tony Au e Au revoir mon amour, un melodramma sontuoso ed elegante. L'abbandono dei toni da commedia è anticipata da un lavoro tutt'altro che memorabile, Game Kids, formalmente un (video)gioco, incentrato su Andy Lau in un doppio ruolo.
Gordon Chan non nasconde il suo interesse per un cinema più realista, crudo, e con The Final Option (1994) corona il suo sogno dirigendo un poliziesco lucido e compatto, che lui per primo ama considerare il suo capolavoro. E' la storia di una squadra speciale, impegnata a combattere con ogni mezzo possibile contro il crimine organizzato. A suo modo Chan inaugura un piccolo filone a sé stante, quello delle task force che adoperano muscoli e tecnologia per risolvere situazioni disperate. Il sequel è più banale, una sfida esplicita ai blockbuster americani, come risulta dalle stesse parole del regista, lo scopo è dimostrare che «è possibile sconfiggere gli americani sul loro stesso campo e spendendo la metà». Adrenalinico e veloce, First Option presenta però dei personaggi troppo monocordi e privi di interesse, lo stesso difetto che impedisce al successivo Beast Cops - due poliziotti contro le triadi a Tsimshatsui - di convincere appieno, nonostante la pioggia di Hong Kong Film Awards.
La parentesi di Fist of Legend, ottimo remake con Jet Li del classico gongfu Fist of Fury, costituisce un momento a parte. Forte dell'appoggio del pubblico e della critica, che vede in lui un nuovo Ringo Lam, Chan continua infatti per la sua strada, dirigendo prodotti popolari e spettacolari, ma sempre più impersonali; per la strada trova un discepolo, Dante Lam (co-regista di Beast Cops), con il quale la sintonia è perfetta e al quale produce la terza pellicola incentrata sulla squadra guidata dal prode Michael Wong (attore dalla forte presenza fisica che sta a Chan come Chow Yun Fat stava a John Woo), Option Zero. Dopo 2000 A.D., un altro action tutto effetti speciali, questa volta non privo di caratteri convincenti, il cambio di rotta è Okinawa: Rendez-Vous, una beach comedy sofisticata che occhieggia al mercato giapponese.
La produzione del coraggioso Heroes in Love (2001), tentativo di sperimentazione diretto da quattro giovani attori emergenti, sembra indicare una maggiore propensione al rischio e una moltiplicazione degli interessi cinematografici che non era facilmente preventivabile. Legatosi alla major emergente Emperor Media Group, Chan, ormai tornato in pianta stabile ai toni leggeri e disimpegnati, non nasconde le proprie ambizioni e un interesse sempre meno velato per i vertici del box office: peccato che il discontinuo Cat and Mouse, commedia degli equivoci in costume, non mantenga le promesse degli elevati valori di produzione e degli attori di grande richiamo, al pari del deludente The Medallion, coproduzione internazionale che sfruttando il nome di Jackie Chan fa il giro del mondo senza riscuotere lodi.

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