"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Johnny Mak

Johnny MakNato nel 1949, Johnny Mak comincia giovanissimo la carriera nei ranghi dell'emittente televisiva RTV come produttore e regista: arriverà fino ai vertici. Firma qualche poliziesco per il piccolo schermo che come quelli dei colleghi (Patrick Tam, Ann Hui) lascia il segno e gli permette di affacciarsi al mondo del cinema avendo già un nome. Nonostante sia un ottimo regista (e un valido sceneggiatore) limita la sua esperienza dietro la macchina da presa ad una sola prova, Long Arm of the Law, passo obbligatorio per chi voglia comprendere cosa sia il poliziesco cantonese. E' una sintesi drammatica di timori politici, intemperanze grottesche e violenza disinibita: tutti temi che ricorrono nell'opera di Mak. Il quale come produttore si offre più volte ai suoi ammiratori, sempre con coerenza, sempre senza risparmiarsi. Pur non dirigendo in prima persona, si tratta di un autore a tutto tondo, così influente da saper infondere la sua personalità in pellicole altrui. Gli piace inventare filoni; comincia con i bargirl pictures, ossia pellicole incentrate sulla gioventù ribelle femminile che non riuscendo a trovare un posto nella società finisce per rifiutarne morale e abitudini e per isolarsi in un sottobosco (spesso criminale) fatto di night club e prostituzione. E' una lezione, quella dei vari Lonely 15 e Midnight Girls, che hanno ben presente sia Lawrence Ah Mon prima di girare Gangs che Andrew Lau quando mette in cantiere il fortunato Young and Dangerous. Mak sa bene che il suo ruolo implica il dover tenere conto di modi e mode contemporanei. In periodo di horror produce i due efficaci Possessed; quando dopo i due Swodsman impazzano i wuxia mette in cantiere The Sword of Many Lovers, con Leon Lai, Sharla Cheung e Michelle Reis. Inventa il soft-core con Sex and Zen, il cui successo è tale da sbarcare finanche nei cinema occidentali, seppure tagliato. Spopola A Better Tomorrow e lui produce Tragic Hero e Rich and Famous, due film consequenziali, che del successo di John Woo ripropongono Chow Yun Fat. Sono uno diretta filiazione dell'altro ma per uno strano caso escono al cinema in ordine invertito perché il secondo viene considerato più redditizio. Per le mani di Mak passano anche Ringo Lam, non ancora approdato al noir, e Clarence Ford. The Iceman Cometh è un originale pastiche dove tradizione e modernità si confrontano di continuo: due guerrieri Ming si ritrovano nel futuro per portare a termine un feroce combattimento. Ma sono altri i nomi di fiducia cui Mak ricorre come esecutori: il fratello Michael, cui affida i progetti più sentiti, David Lai e Taylor Wong (il tosto Sentenced to Hang). Tre discreti sequel del suo capolavoro Long Arm of the Law, interessanti ma molto meno politicizzati del primo, ribadiscono l'affidabilità al box office delle sue idee. Mak è sistematico nel ritornare sui luoghi del successo, e quasi scaramantico nel circondarsi di volti noti (Kent Cheng, Ray Lui, Tsui Kam-kong, Amy Yip). Quasi per caso arriva a contatto con Poon Man-kit, autore di un buon dramma, City Kids '89, remake di un vecchio film con Bruce Lee. To Be Number One è il frutto di due menti in sintonia: mastodontico, sovraccarico e senza barriere, inizia il meta-genere dei cosiddetti big timers, biografie accurate (meglio dire agiografie, vista la simpatia nei confronti dei protagonisti) di grandi criminali realmente esistiti. Lo stesso boss Ng Sik-ho, che nel film diventa Limpy Ho, viene assunto quale consulente durante le riprese. Con il doppio Lord of East China Sea - due film separati al momento dell'uscita cinematografica a causa dell'estrema lunghezza, ma in realtà un unicum inscindibile - si raggiunge il limite ultimo di recepibilità (e infatti è un flop colossale). Questa volta si passa in rassegna la vita di Du Ye-sheng, pescatore ambizioso che arriva a controllare Shanghai negli anni trenta. Al di là di retoriche difficili da comprendere per un occidentale (il tentativo di scagionare l'eroe dalle accuse di collaborazionismo con i giapponesi) resta un lavoro intenso ma fin troppo dilatato, importante per come ricostruisce il clima generale e per come porta lo spettatore indietro di tre generazioni. Queste pellicole sembrano più costose di quanto non siano, molto eleganti nella forma, quasi barocche ma sempre efficaci. Dopo qualche anno di silenzio il categorico The Island of Greed, ascesa di un mafioso taiwanese, ribadisce il tipo di cinema che piace a Mak, ma è troppo tardi. Questa volta è il pubblico ad essere un passo avanti.

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