"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Kant Leung

Violent CopRegista non particolarmente prolifico, affermatosi nel giro del produttore Lee Siu-kei, abituato alla serie B in prossimità - ma senza mai valicare il limite - del Cat. III. Comincia come aiuto regista, prova anche la strada della recitazione, ma è un impiego temporaneo. Nel 1995 è regista esecutivo di Devil's Woman di Otto Chan, che aveva conosciuto in passato ai tempi di Pink Lady e Screwball '94. Dopo qualche ulteriore anno di apprendistato - al seguito di Johnnie To per Lucky Encounter, di Lee Lik-chi per The Lucky Guy, di Clarence Ford per Her Name Is Cat, di Dick Cho per Chinese Erotic Ghost Story - si impegna a tempo pieno dietro la macchina da presa: il debutto è un horror a basso costo discretamente divertente, The Demon's Baby, con attori giovani e veterani allo sbaraglio. Istigato da Wong Jing, Leung si conferma mestierante affidabile, senza grandi colpi nel carniere ma con buona predisposizione a budget prossimi allo zero e all'autoironia.
How to Get Rich by Fung Shui? è un curioso finto documentario infarcito di superstizioni e stelle di seconda grandezza, sulla falsariga dei due The Supernormal. Con The Legendary "Tai Fei" ruba un personaggio minore - uno dei meno interessanti e lucrativi, ça va sans dire - alla serie Young and Dangerous, il viscido boss Tai Fei. Il film, un mediocre reimpasto di banalità narrative da noir di periferia, tenta senza grande personalità la difficile strada del melodramma padre-figlio tra colpi di machete, bottigliate e buoni sentimenti posticci. Come premio si vede affidare due seguiti senza un soldo a disposizione e con le stesse esigue speranze di lasciare il segno: Chinese Midnight Express II riprende personaggi e situazioni del prototipo di Billy Tang e li ripropone, appiattiti, sfruttando la verve di un discreto Francis Ng (che sostituisce Tony Leung Chiu-wai). Peggio va con Sexy and Dangerous II, molto meno ironico e incisivo dell'originale - caso strano sempre di Billy Tang -, noioso, accartocciato su caratteri impersonali e privi di mordente.
Va decisamente meglio con lo sfortunato Violent Cop, rimasto in un'unica sala per una settimana ma curiosamente uscito in video-cd la sera stessa della prima, sull'onda dell'insuccesso di pubblico: in realtà è un giallo piacevole, reminescente dei fasti italiani degli anni '70 - assassino misterioso; bellezze a fare tappezzeria; lesbiche e depravati -, non privo di spunti anche se derivativo e per alcuni aspetti grossolano. Con il recente Ultimatum il livello generale si abbassa: Leung tenta senza particolare convinzione la carta del thriller a tinte fosche, con un serial killer inarrestabile e due poliziotti - uno cinese, l'altro hongkonghese - sulle sue tracce.
Regista di secondo piano, professionista nel suo piccolo affidabile, mestierante con il talento sufficiente per sopravvivere, non senza difficoltà, nei meandri dell'industria, Leung avrebbe i numeri per fare di meglio, con la dovuta fiducia e maggiori mezzi a disposizione. Dotato del buon senso di chi è costretto perennemente ad arrangiarsi (e di chi ha visto entrambi i lati della medaglia, quello luccicante e quello meno scintillante), meriterebbe un'occasione per dimostrare il suo valore: finora ci si è dovuti accontentare di qualche sprazzo di intelligenza in un oceano, inevitabilmente basso, di prevedibili cadute di tono. Un pesce non del tutto a suo agio nell'exploitation, visti i tentennamenti di percorso (a fronte di una discreta tecnica personale) e la scarsa produttività in un sistema che fa della moltiplicazione e della serialità il pane quotidiano dei minori per vocazione.

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