Manfred Wong

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in PROFILI

Manfred WongNato nel 1957 a Hong Kong, ma la sua famiglia è originaria del Guangdong, Manfred Wong ha alle spalle studi classici in scuole cattoliche, terminati anzitempo, a un passo dalla laurea in Comunicazione (presso il Baptist College). Il richiamo della televisione, dove viene assunto come copywriter, lo cattura subito, e nel 1972, un vero prodigio, comincia a scrivere, come giornalista, per diverse testate, alternandosi tra riviste e quotidiani. Nel 1977 è sceneggiatore presso la RTV (la prima emittente via cavo di Hong Kong), dove si specializza in melodrammi in costume (Dragon Strike e Reincarnated i suoi due hit del periodo). Al cinema arriva nel 1979, iniziando dal basso, ma guadagnando posizioni molto velocemente. Preferisce occuparsi delle mansioni creative, che gli permettano di mettere su carta le sue mille idee, sceneggiando film importanti e non badando troppo ai genere: svaria senza problemi dal wuxiapian (Duel to the Death di Ching Siu-tung) alla commedia (Twinkle Twinkle Little Star), firmando uno dei mélo fantastici più belli del cinema di Hong Kong: Dream Lovers di Tony Au. Finché ne ha la possibilità, arrotonda lo stipendio facendo la comparsa in numerose pellicole prodotte dallo studio per cui lavora. Debutta come regista nel 1985 con Crazy Seventeen, una commedia rivolta soprattutto ai giovani che incassa discretamente. Dopo un altro film dietro la macchina da presa, A Tale from the East, Wong capisce però che la sua vera vocazione è la produzione.
A partire dal 1990, anno in cui è produttore (esecutivo) di ben tre film (Rebel without a Cause, Widow Warrior e Horror School), comincia sul serio la scalata ai vertici dell'industria cinematografica. Fondamentale l'incontro con due persone che sono sintonizzate sulla medesima lunghezza d'onda, Wong Jing e Andrew Lau, con cui fonda una propria casa di produzione, la B.O.B. & Partners. L'inizio dell'avventura è con il botto, e si chiama Young and Dangerous, ossia la serie più prolifica degli novanta (che comprende episodi ufficiali e spin-off, come Portland Street Blues e City of Desire, focalizzati sui personaggi minori). Manfred Wong, che è autore del soggetto e della sceneggiatura, trae ispirazione dal suo grande amore per i fumetti, adattando per il grande schermo Rascals, un popolare manga di Cow Man e Dicky Yau. Dal prototipo nasce un fenomeno di costume che travolge come un ciclone il mondo del cinema, che si affretta a tributare alla creatura di Andrew Lau e Wong i propri omaggi a suon di imitazioni più o meno riuscite. Il parto dell'opera è stato alquanto travagliato, come ricorda spesso lo stesso Manfred, cui alcuni finanziatori avevano da principio bocciato il progetto per l'assenza sostanziale di star (Ekin Cheng non era ancora considerato affidabile al botteghino) e per la pericolosità insita nell'idea di glamourizzare le triadi. Giunta oggi al settimo episodio (Born to Be King), la serie dei giovani e pericolosi ha risentito di una certa stanchezza creativa, e anche il pubblico si è disaffezionato alle gesta dei cinque anti-eroi urbani. Ma Wong ha saputo rilanciarsi, ancora con la solida regia di Lau a fare da spartiacque, con The Storm Riders, un'altra trasposizione dalla carta alla pellicola (ancora un comic locale di successo, tradotto anche in Italia). Il risultato è un wuxiapian fantasy innovativo per la forma più che per i contenuti (piuttosto tradizionali): fanno sensazione gli effetti speciali digitali, utilizzati per la prima volta in maniera massiccia a Hong Kong, impiegati in senso anti-realistico, per accentuare la potenza delle immagini e non per giustificarne l'incredibilità. Gli interpreti sono praticamente gli stessi di Young and Dangerous, con l'aggiunta - scelta commerciale da non sottovalutare - di Aaron Kwok. Da qui in avanti il binomio Andrew Lau - Manfred Wong (spesso è un lavoro a tre, visto che Wong Jing non esita a inserirsi tra i due appena fiuta l'odore dell'affare) comincia a sfornare prodotti in serie, tutti ricompensati dal pubblico con incassi generosi.
Ma la sensazione è che il giocattolo, ai primi tempi strepitoso (tanto da meritarsi gli spassionati complimenti di registi autorevoli come Ann Hui e di una critica quasi unanime), si sia incantato. A Man Called Hero e The Duel riprongono in maniera sterile gli stessi effetti speciali: ma l'effetto novità è sparito e subentra la noia, visto che le storie non sono particolarmente originali. Meglio allora il ripiego dei due su progetti a prima vista minori, come Best of the Best, action movie divertente con un cast composto interamente da giovani popstar, o come la commedia sentimentale Feel 100% (compresi due seguiti, tutti diretti con mano leggera da Joe Ma), ennesimo fumetto portato al cinema da Wong. Con la crisi economica che ha sconvolto il Sud Est Asiatico, la B.O.B. ha vissuto momenti difficili, ed è riuscita a risollevarsi solo grazie alla joint venture con la Star East Net - una delle cosiddette società dot.com che hanno impedito il tracollo finanziario del cinema di Hong Kong -, interessata a espandere i propri interessi produttivi da internet al cinema. C'è solo da sperare che la sterilità di una globalizzazione che ha convinto molti produttori a investire in progetti appiattiti sulle possibilità di esportazione (in Giappone, in Corea e negli Stati Uniti) non coinvolga Manfred Wong, dalla cui intelligenza e dal cui fiuto ci si aspetta di più della solita riproposizione di clichés e stereotipi in mediocri action hi-tech come For Bad Boys Only di Raymon Yip.

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