"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Patrick Yau

Patrick YauA dispetto dello scarso numero di pellicole che portano la sua firma Patrick Yau è una figura importante del cinema di Hong Kong. La sua gavetta si limita all'assistenza alla regia per Lifeline di Johnnie To, storia di pompieri girata con lo stile del wuxiapian. Segue l'esordio, che è di quelli che si fanno sentire, The Odd One Dies, primo capitolo di una trilogia che ridefinisce il film poliziesco senza ricorrere ai cliché del genere. A metà strada tra il realismo della new wave e la sperimentazione a basso costo dei prodotti Milkyway, Patrick Yau riesce ad inventarsi uno stile caotico ma elegante, con in testa un'idea di cinema simile a quella di un Patrick Tam. Con The Longest Nite il regista dimostra oltretutto di saper gestire situazioni narrative tutt'altro che semplici e di saper dirigere gli attori in maniera superba. Ancora un noir di forte impatto visivo che deve alla fotografia e al montaggio molto del suo fascino. La regola del gioco è non svelare tutte le carte fino alla fine, costruendo sull'attesa e sul non detto la tensione emotiva che tiene in piedi l'impianto.
Prediligendo sceneggiature semplici, ma mai banali (spesso basate su un colpo di scena finale che è una doccia fredda), Yau può concentrarsi sui particolari, che gli permettono di dipingere un minuzioso affresco della società cinese contemporanea. Il terzo lavoro, Expect the Unexpected, è solo all'apparenza un poliziesco che sa di già visto. Le avventure di un intero distretto vengono infatti filtrate con l'occhio pessimista di chi si è reso conto che le cose non vanno come dovrebbero: la crisi economica del Sud Est asiatico, il ricongiungimento con la Cina continentale, le preoccupazioni di un cinema che entra in una fase di crisi. E se con il passare dei minuti lo spettatore comincia a conoscere e ad affezionarsi ai protagonisti, bastano poche sequenze perché ogni certezza venga spazzata via e perché l'inatteso prevalga. Prima di autoesiliarsi per tre anni, c'è un brutto litigio con Johnnie To, che gli ruba un progetto caro - titolo di lavorazione International Hotel - e lo trasforma in un poliziesco solare e concreto, Where a Good Man Goes. Il silenzio dopo lo sgarbo è interrotto da The Loser's Club, primo film diretto da Yau che non sia targato Milkyway e primo approccio - deludente dopo un promettente avvio - con i toni pacati della commedia.
Grande importanza nell'opera di Yau riveste la musica, elemento di primo piano che scandisce gli eventi. Il ritmo jazzato dell'inizio di The Odd One Dies è il sinonimo della quiete (una scena quasi tragicomica segnata dal mahjong) prima della tempesta (lo stravolgimento delle situazioni attraverso improvvise esplosioni di violenza). Patrick Yau non si comporta mai con un classico regista action né sceglie di dirigere in modo estremamente spettacolare (per cui non corre il rischio di diventare un esecutore impersonale): la sua vera forza sta nel modo in cui centellina le scene di tensione, caricandole con l'attesa e amplificandone la portata con il gusto per la sorpresa. I maligni sussurrano, a voce non proprio bassissima, che i primi eccellenti risultati di Yau si debbano ascrivere soprattutto alle ingererenze del produttore Johnnie To e alla sua consolidata abitudine di interferire e voler dettare le regole di tutte le pellicole che portano il marchio della sua Milkyway.

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