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Tony Leung Chiu-wai

Scritto da Stefano Locati. Postato in PROFILI

Tony Leung Chiu-waiLeung Chiu-wai, o della sostenibile leggerezza dell'esistere, si potrebbe dire. Volto solare e scanzonato da eterno adolescente ed un cuore tormentato quanto solitario. Una vaga somiglianza con David Chiang, eroe di tanti gongfu e wuxia dei tempi d'oro, e un carisma inarrivabile. In genere infatti bastano poche inquadrature per rimanere affascinati dai suoi personaggi a metà strada tra stralunati e perduti, che riescono ad emanare una strana malinconia trasognata. Il sodalizio di fuoco con Wong Kar-wai e l'incontro a metà strada con John Woo ne rafforzano la figura per renderlo uno dei volti di Hong Kong più noti in tutto il mondo (senza dimenticare che ha collaborato con registi del calibro di Hou Hsiao-hsien, Patrick Tam e Stanley Kwan). Perennemente in bilico tra dramma e commedia, noir e melò, ha un modo di recitare profondo e istintivo, legato a gesti meditati e concentrato soprattutto sugli sguardi, sempre colmi di significati in grado di trascendere qualsiasi parola (tanto che non è raro vederlo interpretare personaggi silenziosi o addirittura muti).
In Bullet in the Head (1990) è il protagonista positivo che s'inabissa nell'orrore (non tanto del Vietnam quanto dell'innocenza perduta e del tradimento) per uscirne completamente mutato, in rotta verso il cuore di tenebra dell'umano. Sminuzzata la sua parte in Days of Being Wild, dove doveva essere il personaggio principale della seconda parte, Wong Kar-wai gli dà una seconda opportunità in Ashes of Time (1994), in cui interpreta uno spadaccino che sta diventando cieco. Ma è con Chungking Express che tutta la sua forza riesce ad emergere (non a caso vince l'Hong Kong Film Award). Un poliziotto straniato e distratto che non si accorge dell'amore della cameriera del locale in cui si reca tutti i giorni, salvo quando è (quasi) troppo tardi. Dialoga con gli oggetti della sua casa proprio come Takeshi Kaneshiro, l'altro protagonista maschile, si ostina a mangiare ananas in scatola con scadenza primo maggio (tra l'altro questo tratto è vagamente riportato alla mente nel per il resto trascurabilissimo Healing Hearts, con una insistente voce off similare). E nelle sue corde non è certo assente l'azione. Valga per tutti Hard Boiled (1992), in cui nella parte del poliziotto infiltrato rivaleggia per bravura con Chow Yun-Fat, riuscendo a controbilanciarne perfettamente il carisma gigionesco. O, se è per questo, la commedia, con le incursioni moderate per la UFO in Tom, Dick and Hairy e soprattutto He Ain't Heavy, He's My Father! (entrambi di Peter Chan e Lee Chi-ngai) o nei più sguaiati Hero - Beyond the Boundary of Time (di Blacky Ko) e The Eagle Shooting Heroes (di Jeff Lau), tutti del 1993. Ma la sua figura un po' perdente ma in qualche modo eroica riemerge preponderante con City of Sadness di Hou Hsiao-hsien (1989) e soprattutto con Cyclo di Tran Ahn Hung (1995), dove interpreta un taciturno gangster. Entrambi i film vincono a Venezia, ma la sua presenza passa inosservata alla critica occidentale. Dopo la disperata storia omosessuale in traferta argentina di Happy Together e il disilluso noir metropolitano The Longest Nite di Patrick Yau (1998) è però il momento della consacrazione: In the Mood for Love gli vale il permio come migliore attore a Cannes (nonché per la quarta volta, agli Hong Kong Film Awards). Una storia d'amore senza amore, ellittica ed evanescente in cui è completamente immerso - e da cui è sommerso, quasi piegato dagli eventi.

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