Journey to the West: Demon Chapter

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in FILM

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Il monaco Tang Sanzang si avvale delle doti magiche di Sun Wukong, Re Scimmia, per banali attività circensi. Quest’ultimo si stanca della cattività impostagli e minaccia di ribellarsi: Tang fa sempre più fatica a mantenere il controllo su Wukong e a proseguire il suo viaggio iniziatico, voluto dal Buddha.

Oltre che il sequel di un prequel della vicenda, narrata e adattata infinite volte, di Viaggio in Occidente, Journey to the West: Demon Chapter è soprattutto la prima co-regia tra Stephen Chow e Tsui Hark. Ovvero il re della comicità cantonese (ieri) e cinese (oggi), ormai presente solo dietro la macchina da presa, e il maestro del cinema spettacolare, sempre più audace nel suo utilizzo della CGI.

Era prevedibile che l’incontro generasse enormi aspettative. Era altrettanto scontato assistere a una fetta consistente della critica aggrappata a considerazioni del genere “la montagna ha partorito il topolino”. Che la vis comica di Stephen Chow abbia perso intensità e mutato obiettivi rispetto all’epoca di King of Comedy e God of Cookery, ce lo ha raccontato ampiamente lo humour sub-disneyano di The Mermaid, al di là del suo successo stratosferico. Cosa potesse produrre l’incontro dei due talenti più di 20 anni fa, all’epoca di A Chinese Odyssey, resta una piacevole quanto superflua suggestione. Oggi, in un panorama mutato profondamente da un punto di vista politico ed economico, quel che intendono fare i due si comprende più dai post-credits che dal film stesso. In una spassosa gag, al pari di quelle che hanno caratterizzato il lancio promozionale del film, Tsui e Chow invitano il pubblico di un multiplex ad abbandonare la sala perché non ci saranno scene post-credits: “questo non è un blockbuster”, sentenziano.

La rieducazione cinematografica del pubblico cinese, fortunatamente lontana per intenti e metodi da quella nei campi imposta da Mao, passa quindi dalla somministrazione di produzioni ricche e tecnologicamente all’avanguardia, che sotto la computer graphic veicolino della sostanza cinematografica. Al di là del gradevole e sterile gioco di citazioni - costantemente in agguato, che nell’incipit richiama il Gulliver di Swift, nell’estetica del secondo segmento evoca tracce di Guillermo Del Toro e nella memorabile colonna sonora-tormentone (courtesy of Raymond Wong) qualcosa di Morricone - in Journey to the West: Demon Chapter si avverte una volontà di distinguersi e di allontanarsi dall’ottusità del prodotto mainstream locale odierno.

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Senza snobismi, ma con la sottigliezza dei distinguo. Oggi la lotta contro i demoni assume un nuovo significato: quello di svelare la doppiezza insita in tutti noi, anche nei più insospettabili. Oggi tutti noi indossiamo un avatar, una proiezione dei nostri desideri, e la difficoltà di scoprire la vera natura delle persone e di distinguere il bene dal male cresce costantemente. Nel monarca-bambino, letale nel suo indiscriminato desiderio di comando, è facile leggere come oggi il potere ami nascondersi sotto i panni dell’infantilismo, producendo orde di sudditi ludens deresponsabilizzati e innocui. Metafore ben amalgamate nello sviluppo del racconto, che nel terzo atto si trasforma nella visione definitiva di Tsui, che assume definitivamente il comando e prosegue un discorso che ha già caratterizzato le ultime spettacolari produzioni (Taking of Tiger Mountain)

I confini della narrazione e della verosimiglianza svaniscono: l’inquadratura diviene una tavolozza su cui improvvisare e dipingere idee fantastiche, guidati da una tecnologia che infine risponde al volere del creatore. La volontà di stupire, di proporre qualcosa di più, scatena la fantasia di Tsui, con scontri celesti tra falsi buddha di pietra e un Re Scimmia trasformato in un incrocio roccioso tra King Kong e Godzilla, degno di un kaiju eiga. Dissacrante come solo Chow sa essere - la bromance tra scimmia e monaco, che si fa imbarazzante - e spettacolare come solo Tsui sa essere: Journey to the West 2 fa sperare che la saga continui ancora a lungo.

Una menzione per il piccolo ruolo di Mengke Bateer, già cestista NBA per i San Antonio Spurs, e per quello di Jelly Lin, la deliziosa sirenetta di The Mermaid.

 

Cina/Hong Kong, 2017
Regia: Tsui Hark.
Soggetto/Sceneggiatura: Tsui Hark, Stephen Chow.
Cast: Kris Wu, Kenny Lin Geng-xin, Yao Chen, Jelly Lin, Mengke Bateer.


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