Project Gutenberg

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in FILM

Project Gutenberg

Lee Man viene arrestato dopo una lunga ricerca della polizia: è l’uomo più vicino al Pittore, falsario e omicida a piede libero, di cui si ignora l’identità. Al commissariato Lee racconta tutta la storia, sin da quando ha abbandonato fidanzata e mondo dell’arte per seguire il Pittore e dedicarsi al crimine.

Di certo le sorprese non mancheranno in Project Gutenberg: oltre questo assunto è impossibile spingersi, salvo rischiare di rovinare le medesime. Che poi si tratti di colpi di scena a tutti gli effetti è faccenda soggettiva, che dipende dal grado di malizia dello spettatore. Probabilmente uno anche minimamente cinefilo coglierà per tempo i sintomi di una specifica svolta narrativa.

Anche perché c’è almeno un ascendente cinematografico forte, troppo forte, nel DNA di Project Gutenberg; e stupisce che Felix Chong, regista e sceneggiatore attento, si sia lasciato andare a uno snodo narrativo - il cosiddetto twist - che si situa al limite del plagio (e non si può nemmeno citare da cosa, tanto è l'impatto di questo sull'epilogo). Considerati gli incassi e i premi ricevuti da Project Gutenberg, Chong ha dimostrato di aver ragione, come fu ai tempi delle trilogie di Infernal Affairs o Overheard. Ma se allora il gioco sulla menzogna e sul ribaltamento di punti di vista era l’innovazione destinata a essere copiata (vedi The Departed), con Project Gutenberg è avvenuto esattamente il contrario. Restano la cura maniacale per i dettagli (benché la suggestione delle banconote false di Vivere e morire a L.A. resti inarrivabile), e un iconico Chow Yun-fat, che prova a dimenticare la propria carta d’identità e si getta in un ruolo istrionico, sulla falsariga di quelli costruiti su misura per lui da John Woo o Ringo Lam.

Non manca neppure l’autoreferenzialità della scena della banconota in fiamme, citazione tratta dal film che consacrò lo stesso Chow 32 anni prima, A Better Tomorrow. Nelle scene action più concitate è però impossibile nascondere gli acciacchi dell’età, benché lo sforzo di Chow resti encomiabile. Dove Redford nel suo ultimo film interpreta un ladro che lavora con la voce e la mente ma pressoché immobile, Chow volteggia nell’aria con due pistole, come ai tempi belli, incurante del senso del ridicolo. Non si può dire altrettanto di Aaron Kwok, graziato da uno stato di giovinezza permanente ma incapace di gestire la doppia personalità di Lee Man senza gigioneggiare. Tra le molte sequenze superflue spicca la sparatoria da war movie nella giungla thailandese: evidentemente Operation Mekong di Dante Lam ha fatto scuola e la formula vincente è destinata a essere adottata in maniera seriale.

Chi cercava una produzione all’altezza dei fasti passati di Hong Kong, però, si deve accontentare di un’abile contraffazione.

 

Tit. or.: Mo seung
Hong Kong/Cina, 2018
Regia: Felix Chong.
Soggetto/Sceneggiatura: Felix Chong.
Action director: Nicky Li.
Cast: Chow Yun-fat, Aaron Kwok, Zhang Jingchu, Liu Kai-chi.

 

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