Il re della risata: intervista a Michael Hui

Scritto da Emanuele Sacchi e Andrea Tagliacozzo. Postato in INTERVISTE

Michael Hui

Michael Hui è un nome solo relativamente noto per i meno avvezzi al cinema di Hong Kong. Ma se il cinema in cantonese a lui deve moltissimo, anche quello comico nella sua globalità non può ignorare l'importanza della sua opera. Difficile immaginare la Hong Kong dell'epoca aurea degli anni '80 e '90 senza la spinta propulsiva determinata dal successo commerciale dei film dei fratelli Hui nei '70. In quegli anni Michael, che insieme ai fratelli Ricky e Sam forma un trio dalla vis comica micidiale, ha riportato il cinema in cantonese al centro della scena, quando ormai il cinema degli Shaw Brothers e le produzioni in mandarino rappresentavano la quasi totalità della produzione hongkonghese1.

Discorso linguistico a parte, la rivoluzione degli Hui è anche tematica, con un risvolto sociale che assume un ruolo di primo piano, agli antipodi dell'astrazione di casa Shaw. Bastano i titoli di testa di The Private Eyes per capire di cosa si parli: il punto di vista, tanto per i "buoni" che per i "cattivi" è quello dell'uomo comune, costretto a utilizzare l'ingegno per arrivare là dove le magre finanze non glielo consentono. Il cinema di Michael Hui guarda chiaramente alla lezione dei fratelli Marx, di Peter Sellers e della più antica tradizione della commedia degli equivoci, adattandola alla realtà peculiare di Hong Kong. Una formula che funzionerà per più di un decennio, prima che lo scettro di re della risata in cantonese passi nelle mani di Stephen Chow e del suo mo lei tau.
L'occasione per incontrare il regista e attore l'ha data il Far East Film Festival 2011, in cui Hui è stato protagonista di una retrospettiva breve ma intensa, che ha riproposto i suoi classici Games Gamblers Play (M. Hui, 1974), The Private Eyes (M. Hui, 1976) e Chicken and Duck Talk (Clifton Ko, 1988).

Iniziamo da The Private Eyes, in particolare dalle prime scene e dai titoli di testa. Fin dalla canzone iniziale si intuisce la componente sociale, non solo comica, del film: la geniale scena delle scarpe della donna e di quelle, bucate, dell'investigatore privato che la pedina. Penso che la componente sociale sia molto importante; vedendo i film di Michael Hui ridiamo, ma comprendiamo anche la situazione sociale di Hong Kong a quell'epoca. Ti chiedo quanto questo fosse importante per te e se credi che si possa fare anche nel momento attuale. Che messaggio volevi dare? Volevi mostrare com'era la vita di tutti i giorni a Hong Kong?

Michael Hui 2

"All'inizio volevo parlare della società di Hong Kong. Ad esempio, in The Private Eyes. Io sono nato in una famiglia povera e ho visto mio padre sfruttato dal suo capo, quindi sono cresciuto con un forte odio per i capi. Per me è diventato naturale mettere in scena delle storie che riflettessero questo. Non si è trattato di una mossa calcolata: era naturale, mi è venuto spontaneo.

I soldi hanno sempre grande importanza: nei tuoi film ci sono sempre situazioni in cui i soldi scarseggiano e si fatica a tirare a campare. La difficoltà di procurarsi il necessario è vista in modo comico, ma anche drammatico. Si capisce quanto fosse difficile la vita a Hong Kong...

"Per me era importante riuscire a trasmettere questo, seppure in forma comica. Avevo una forte consapevolezza di quest'odio sociale e ho pensato che la forma comica fosse la più adatta per comunicarlo. Ma non si è trattato di una decisione presa a freddo, mi è venuta dal cuore. Anche in Chicken and Duck Talk, per esempio: ho sempre pensato che il cibo cinese fosse il migliore del mondo; ammetto la superiorità dell'Occidente nell'industria delle armi, nell'elettronica, nella moda eccetera, ma non nella cucina! Eppure vedevo questa invasione di McDonald's, di Kentucky Fried Chicken e mi chiedevo: com'è possibile? La cucina cinese è migliore, stavolta vi sbagliate! È partito tutto da lì".

È una specie di conflitto che parte dal cibo ma finisce per coinvolgere i rapporti umani e l'interazione tra esseri umani, sottolineando quanto questa sia scarsa e secondaria nel modo di vivere degli occidentali...

"Sì: il cibo è un punto di partenza, un pretesto per rappresentare il grande conflitto tra Oriente e Occidente. Adesso la cultura occidentale sta pian piano prendendo il sopravvento in tanti aspetti della vita. Il mio sentimento di disagio nasce da qui, e l'ho espresso attraverso il cibo".

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