2017-2018: consapevolezza del presente e nuove speranze

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in APPROFONDIMENTI

Love off the Cuff“Ho pensato a lungo a cosa si possa fare per permettere ai film di Hong Kong di prosperare. Gli hongkonghesi devono essere più uniti… l’industria del cinema ha bisogno del vostro sostegno”. Frasi che hanno fatto discutere, rilasciate sul palco degli Hong Kong Film Awards 2018 da una delle star principali degli ultimi due decenni di cinema di Hong Kong, Louis Koo (premiato come miglior attore per Paradox, ultimo capitolo della pseudo-trilogia di Sha Po Lang).

Un grido di dolore e una riflessione sul futuro, che arrivano a distanza di due anni dall’allarme lanciato da Ten Years sull’avvenire fosco dell’ex colonia. Un’istanza politica proveniente dal cinema, che ha spinto gli Hong Kong Film Awards in primis – che assegnarono il premio come miglior film proprio a Ten Years – a sfidare il colosso cinese, rischiando in prima persona. Quest’anno alla kermesse ha prevalso un clima di relativa riconciliazione, con Ann Hui e il suo Our Time Will Come a fare incetta di premi, forte di uno spirito unitario capace di mettere d’accordo tanto la Cina che gli indipendentisti (benché tra le righe si possa scorgere lo spirito indipendente e mai domo della Hui). Ma in generale a serpeggiare a Hong Kong è ancora il pessimismo, specie per quanto riguarda il futuro del cinema autoctono.

Nel 2017 l'incasso complessivo al box office è sceso del 4.8%. La fetta relativa al prodotto locale è scesa dal 18 al 14%: un tracollo, solo in parte dovuto alla mancanza di titoli dall'appeal garantito (come il Cold War 2 del 2016). Il maggiore incasso hongkonghese dell'anno è ovviamente fuori da una Top 10 totalmente occupata da film americani: si tratta di Love off the Cuff di Pang Ho-cheung, che con i suoi 3.87 milioni di dollari totalizza comunque meno della metà di quanto incassò Cold War 2. Segue Shockwave, blockbuster esplosivo di Herman Yau. Solo decimo tra gli incassi locali dell'anno Paradox, su cui Wilson Yip riponeva ben altre attese (ma all'orizzonte già si profila Ip Man 4...). Se un tempo erano i sudcoreani e i taiwanesi ad alimentare l'industria di Hong Kong ora è esattamente l'opposto: ben 10 milioni di HK$ per A Taxi Driver.

Non è andata meglio con il Capodanno lunare. Nessun film di Hong Kong ha totalizzato più di 1 milione di HK$ e The Thousand Faces of Dunja, atteso wuxia fantasy di Yueng Woo-ping con produzione di Tsui Hark, è rimasto in sala due settimane, con numeri disastrosi. Il numero di produzioni locali – coproduzioni escluse – ammonta ormai a una sessantina all’anno, circa un sesto di quanto avveniva negli anni Ottanta. Molti di questi titoli sono pura exploitation, soft core o romance girati in fretta e furia, lasciando così a una ventina abbondante di titoli l’onere di salvaguardare il patrimonio di quella che fu una delle più grandi industrie cinematografiche del mondo.

Una questione culturale oltre che politica: i film sulle triadi e sulle arti marziali riscuotono sempre meno interesse, mentre i blockbuster americani incassano cifre da capogiro, contaminando le sceneggiature dei film locali. Difficilmente una commedia demenziale dei tempi d’oro di Hong Kong avrebbe saccheggiato un immaginario da mainstream americano come fa The Sinking City: Capsule Odyssey, ad esempio, ricca di battute su Iron Man ed eroi Marvel. Ma anche questo è un segno dei tempi, proprio come il cane che fotografa con lo smartphone il gruppo di protagonisti, in un adattamento dal testo di un autore della rete, XXharuki, che Stephen Ng e Nero Ng trasformano in una sboccata e talora spassosa commedia che prova, per un’ora e mezza, ad allontanare i cattivi pensieri.

Stesso intento per Our Seventeen, un coming of age ambientato nella Macao pre-handover. Meno allusioni sessuali che in The Sinking City e più romance, con una protagonista sorprendente, la modella Angel Yuen, che sfida un potenziale miscasting, indossando in maniera credibile i panni di una diciassettenne. La rivelazione della Yuen si ripete in The White Girl, altra uscita della stagione, benché di tutt’altro registro. Dietro la macchina da presa siedono Jenny Suen e Christopher Doyle, autori di un’elegia sull’identità perduta di Hong Kong, esposta sotto forma di allegoria nostalgica. Ma dove gli estetismi e le citazioni involute di Doyle stentano, prigioniere di un immaginario desueto, a 71 anni compiuti Ann Hui dimostra di saper interpretare la contemporaneità come nessun altro. Il suo romanzo storico sull’eroica resistenza anti-giapponese a Hong Kong, durante la seconda guerra mondiale, nasconde una riflessione sul presente, sul tributo che la città deve a quel sacrificio e sulla natura indomita di un popolo privo di una nazione ma orgoglioso della propria storia. Alla maniera di Stanley Kwan e del suo capolavoro Centre Stage, Hui gioca su tre piani temporali e narrativi differenti: cornice nel presente, racconto del passato e documentario metacinematografico, con lei stessa davanti alla macchina da presa. Il risultato è un affresco epico di grande respiro, con Zhou Xun e Deanie Ip mattatrici.

Mentre il prodotto locale scema di importanza sullo scacchiere del cinema internazionale – quanti festival mettono in concorso o anche solo in sezioni collaterali film di Hong Kong? – Jackie Chan fa di tutto per incentivare le coproduzioni con la Cina continentale. Recentemente il divo si è esposto pubblicamente per rimuovere il vincolo che vuole un terzo del cast di una co-produzione proveniente dalla Mainland China. In attesa di vedere se l’influenza di Jackie otterrà qualcosa, è possibile constatare come almeno una iniziativa governativa recente abbia prodotto buoni frutti. Grazie al First Feature Film, infatti, iniziativa del governo per l'agevolazione di registi al debutto, negli ultimi anni sono stati realizzati Weeds on Fire e Mad World, due ottimi esempi di connubio tra specificità local, strettamente legate alla anomalia geopolitica hongkonghese, e storytelling audace. Due opere prime che, in misura differente, hanno restituito speranza nei confronti della cinematografia in lingua cantonese. Storie che non hanno paura di raccontare il tessuto urbano dei lavoratori e dei ceti meno abbienti, stritolati tra i prezzi esorbitanti degli immobili e un gap tra classi sociali tutt’altro che attenuatosi in seguito all’handover. Temi che ritroviamo in uno dei migliori prodotti della seconda ondata di film che si è avvalsa della nuova legislazione. In Your Dreams della sceneggiatrice Tam Wai-ching ripropone il divario sociale, mescolandolo a una forma di romance tormentata. Carina Lau, insegnante sposata con un facoltoso fedifrago, è oggetto delle attenzioni di un ragazzo più giovane – a cui dà corpo Ng Siu-hin – e della sua irruenza passionale. Per Lau - che produce la pellicola – un ruolo che presenta punti di contatto con interpretazioni del passato, a partire da Bends del 2013, e che rinnova il tentativo di creare un ponte tra la generazione dell’età d’oro di Hong Kong e quella nata quando l’handover era già alle porte.

Anche il cinema di genere si concentra sulla divaricazione sociale. Somewhere beyond the Mist è un thriller macabro, in cui una teenager uccide i propri genitori per cercare di spezzare il contrasto tra la vita che desidera e la realtà opprimente del quotidiano. Uno studio su come lavora il male, affidato alla regia di Cheung King-wai, già documentarista e sceneggiatore di Night and Fog per Ann Hui, ora per la prima volta alle prese con un’opera di finzione. Cheung affina il suo studio realista sui lati più scabrosi dell’animo umano, accompagnato da un sentimento di pietà sull’habitat che circonda e stimola il compimento di simili atrocità. Per Stephy Tang, idolo delle romcom, un ruolo finalmente di spessore, nei panni dell’agente di polizia che raccoglie la confessione della ragazza. Con Stephy Tang, Angela Yuen o Ng Siu-hin, forse, quello star system che da troppo tempo latita quanto a volti nuovi ha una nuova chance. Ripartire da qui è possibile per il cinema di Hong Kong. E se non è garanzia di un sicuro avvenire, quantomeno assomiglia a una speranza.

Di seguito il riepilogo della Top 10 generale:

  1. Beauty and the Beast - HK$67.2 milioni
  2. Spider-Man: Homecoming - HK$65.8 milioni
  3. Thor: Ragnarok - HK$51.5 milioni
  4. Despicable me 3
  5. The Fate of the Furious
  6. Wonder Woman
  7. Star Wars VIII: The Last Jedi
  8. Justice League
  9. The Boss Baby
  10. Coco

E la Top 10 di produzioni Hong Kong e co-produzioni Cina/Hong Kong:

  1. Love off the Cuff - HK$30,7 milioni
  2. Shock Wave - HK$25,47 milioni
  3. Journey to the West: The Demons Strike Back - HK$24,39 milioni
  4. Chasing the Dragon - HK$18,98m
  5. Mad World - HK$17.13m
  6. The Yuppie Fantasia 3 - HK$16.52m
  7. 29+1 - HK$15.29m
  8. 77 Heartbreaks - HK$14.5m
  9. The Sinking City: Capsule Odyssey - HK$10.23m
  10. Paradox - HK$7.82m

 

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