A Tale of Three Cities

Scritto da Sergio Di Lino. Postato in FILM

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Dietro la parafrasi dickensiana del titolo, c’è un progetto accarezzato per molti anni da almeno tre persone. Le prime due sono Mabel Cheung e Alex Law, marito e moglie e al tempo stesso saldo sodalizio cinematografico, fattosi strada a suon di successi di pubblico e critica sin dagli anni Ottanta. Oggi è soprattutto Alex il regista di casa, mentre Mabel – che si è già fatta valere dietro la macchina da presa soprattutto prima del Duemila, vedi alle voci An Autumn’s Tale (1987) e The Soong Sisters (1997) – si occupa principalmente di produzione.

Con le dovute eccezioni, ovviamente: nel 2003 Mabel Cheung ha diretto il documentario Traces of a Dragon, ritratto entusiasta ma non agiografico di Jackie Chan e della sua famiglia. Proprio Jackie Chan è la terza persona che aveva a cuore il progetto A Tale of Three Cities, dal momento che il film è in sostanza la duplice biografia – neanche troppo romanzata, stando alle rassicurazioni di Jackie – dei genitori dell’attore e regista di Hong Kong.

Affascinata dai racconti del patriarca Charles Chan durante le riprese di Traces of a Dragon, Mabel Cheung ha scelto proprio le vite straordinarie di questi e di sua moglie Lee-lee – i nomi anglofoni risalgono al loro insediamento a Hong Kong – per sancire il proprio ritorno al cinema di finzione a quattordici anni di distanza dal precedente Beijing Rocks (2001). Prima che tale ritorno si concretizzasse, tuttavia, il papà di Jackie Chan è venuto a mancare (per la precisione nel 2008, mentre Lee-lee era scomparsa già nel 2002), dunque A Tale of Three Cities assume anche la valenza di affettuoso omaggio alla memoria.

Le tre città del titolo sono Wuhu, Shanghai e Hong Kong, tappe della storia d’amore tra Charles – Fang Daolong da giovane – e Lily – Chen Yuerong prima degli anni hongkonghesi –, segnata dai bradisismi della Storia e da una serie di eventi sfortunati talmente improbabili (una vedovanza a testa, tanto per cominciare, più figli di primo letto sparsi per mezza Cina prima dell’arrivo del piccolo Jackie) da apparire più che posticci se non recassero impressa la denominazione d’origine controllata di papà Chan. Conosciutisi negli anni Trenta, lui arruolato nella guardia dell’Esercito Nazionalista, lei costretta a spacciare oppio per mantenere due figlie, riusciranno a mantenere vivo il loro sentimento malgrado anni di separazione forzata e di esperienze più che border-line (l’attività spionistica di lui, quella di giocatrice d’azzardo di lei), e infine a ricongiungersi da esuli, gettandosi letteralmente alle spalle le loro vite passate.

Criticato in patria per ragioni che vanno dall’estremamente fondato (troppe digressioni narrative: ma non è forse un vizio di forma ricorrente del cinema di genere sino-hongkonghese degli anni Duemiladieci?) al men che puerile (il protagonista Lau Ching-wan doppiato a causa della sua scarsa destrezza con il mandarino), A Tale of Three Cities è, in fin dei conti, un melodramma a sfondo storico tendente all’ordinario, la cui natura primigenia di biopic, per quanto sui generis, risulta totalmente riassorbita dai principali codici di genere che ne informano la struttura. Non a caso, a fronte di una ricostruzione d’epoca minuziosa ai limiti del certosino, che certo ha tratto giovamento dagli aneddoti della famiglia Chan, il lavoro di Mabel Cheung – che ovviamente firma la sceneggiatura insieme al marito – soffre soprattutto di una certa convenzionalità nel tratteggio dei personaggi principali, cui fa da contraltare solo parzialmente la riuscita di alcuni comprimari. In compenso, A Tale of Three Cities si discosta largamente dalla media dei grandi affreschi storici che si sono affacciati nei cinema cinesi da circa un decennio a questa parte in virtù della pressoché totale assenza di manicheismo che caratterizza l’incedere del racconto e all’enorme spazio accordato al lato emozionale del materiale diegetico: e sotto questo aspetto, la scelta di essere meno “spiegone” storico e più melodramma si rivela tutto sommato vincente. In sostanza, nelle pieghe di un film sicuramente imperfetto ma comunque “vivo”, a dispetto dell’enfasi sin troppo marcata di alcuni passaggi e del rischio costante di overacting degli attori principali (accanto a Lau Ching-wan troviamo la Tang Wei di Lussuria di Ang Lee, The Golden Era di Ann Hui e del megasuccesso coreano Late Autumn di Kim Tae-yong, oltre che muscolare coprotagonista in Blackhat di Michael Mann), si respira la fragranza di due vite autentiche, ancorché vissute pericolosamente. Come uno stunt di Jackie Chan

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A proposito: un commosso Jackie ha confessato di aver pianto come un vitello alla prima del film.  

 

 

Cina/Hong Kong, 2015
Regia: Mabel Cheung.
Soggetto/Sceneggiatura: Mabel Cheung, Alex Law.
Action director: Stephen Tung.
Cast: Lau Ching-wan, Tang Wei, Qin Hai-lu, Boran Jing.

 

 

 

 

 

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