Claustrophobia

Scritto da Emanuele Sacchi. Postato in FILM

ClaustrophobiaDa un viaggio dall'ufficio a casa nell'auto del capufficio Tom (Ekin Cheng) emergono le dinamiche relazionali tra i colleghi: l'attrazione non corrisposta del timido John (Derek Tsang) verso la vanesia e sbarazzina Jewel (Chucky Woo), ma soprattutto la relazione più matura ma non meno problematica tra Pearl e lo stesso Tom, sposato e padre di due figli.

Le aspettative di fronte al debutto della sceneggiatrice di una pietra miliare del melò come Comrades, Almost a Love Story e di un altro gioiello come Goddess of Mercy erano elevatissime; e Claustrophobia, a suo modo e senza tanti clamori, le rispetta. I primi venti minuti del film - complice la strepitosa fotografia di Mark Lee Ping Bing, abituale direttore della fotografia per Hou Hsiao-hsien – sono pura manna dal cielo per ogni amante del cinema di Hong Kong. L'introduzione ai personaggi e ai fili che sottilmente li uniscono e li dividono avviene nel mezzo del traffico cittadino, con taxi e semafori a giocare il ruolo di coro greco, contrappunto visivo ed emozionale dei sentimenti in gioco.
Pigiando sui tasti giusti, Ivy Ho, maestra assoluta in faccende d'amore, riesce a coinvolgere in un plot che, anche consistesse in un unico McGuffin, affascina inesorabilmente per lo stile della narrazione e per la verosimiglianza insita nella sua incompiutezza e insoddisfazione.

Sorta di kammerspiel girato in automobile quando non in ufficio, tra un cubicolo e l'altro, Claustrophobia ripercorre a ritroso la storia di Tom e Pearl. Nel farlo Ivy Ho si diletta in significative ellissi narrative, che ottengono agevolmente lo scopo di confondere le idee - lasciando allo spettatore il compito (e/o la soddisfazione) di “unire i puntini” - ma soprattutto di aumentare la sensazione di straniamento di Pearl, prigioniera di una relazione che sembra essere tale solo a intermittenza, ma che è (da lei) vissuta con un'intensità assoluta e totalizzante che non lascia spazio ad altro. È come se Pearl si annullasse nella relazione con Tom; non si riesce a conoscere di lei nulla che non sia legato alla tresca con il capufficio. Persino un pregevole cameo di Eric Tsang, pur partendo da tutt'altro ambito, finisce per ruotare attorno alla loro relazione, perché Pearl ama incondizionatamente e come tale non vede altro all'infuori del suo oggetto d'amore. Adottando il pdv della protagonista, Ivy Ho ci rende così partecipi di una claustrofobica e ansiogena situazione senza apparenti vie d'uscita.
 Persino la paventata e onnipresente crisi economica, immancabile in un film così legato al mondo del lavoro, acquisisce un nuovo ruolo, con la possibile perdita del posto che si trasforma in arma di ricatto o merce di scambio tra Tom e Pearl a seconda delle fasi della loro storia e della relativa convenienza. In un film in cui il non detto prevale così nettamente sull'esplicito non possono che essere i dettagli (ma li si potrebbe quasi chiamare “indizi”) ad attirare l'attenzione e a farsi ricordare: forse, in un coraggiosissimo esercizio di stile degno di Queneau, potrebbe bastare anche solo la sequenza del jingle pubblicitario mandato in loop a trasmettere la tensione, la passione repressa, l'inevitabile attrazione reciproca che intercorre tra i due protagonisti. Una menzione per questi ultimi, scelti adeguatamente: per un Ekin Cheng statuario, imploso, e quindi perfetto per la parte del titubante fedifrago, Karena Lam regge in maniera esemplare, con i suoi mezzi sorrisi e la sua malinconia a stento trattenuta, l'impegnativo ruolo di Pearl, evidenziando doti già apprezzate in July Rhapsody di Ann Hui.
Insomma ancora una volta stupefatti dalla penna di Ivy Ho, mai così autorial-europea e nello stesso tempo mai così hongkonghese.


Hong Kong, 2008
Regia: Ivy Ho
Soggetto/Sceneggiatura: Ivy Ho
Cast: Karena Lam, Ekin Cheng, Felix Lok, Derek Tsang, Chucky Woo, Eric Tsang

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