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"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Non è finita fin quando è finita: tante ripetizioni e qualche segnale incoraggiante

Protests in Causeway BayLa legge sull’estradizione è stata la miccia di una protesta che ha raggiunto le diciassette settimane consecutive di occupazione pacifica delle strade, in particolare quelle del quartiere di Causeway Bay. Hong Kong è in rivolta, come e più che al tempo dell’Umbrella Movement: solo un po’ di democrazia sembrerebbe poter sopire il fuoco. La Cina, il Golia economico e politico che non teme ostacoli di alcun genere, non sa come relazionarsi con il proprio personale David, che chiede autonomia e libere elezioni. La città ha ritrovato una coscienza civile e politica, un senso di identità forte, che decenni fa pareva impensabile. E il cinema ha dato e continua a dare il suo contributo, con Denise Ho, Chapman To e Anthony Wong in prima linea a sostegno dei dimostranti per la democrazia, benché una minoranza di star scelga il fronte della fedeltà alla Cina, tra cui Tony Leung Ka-fai e – sorprendentemente – Pang Ho-cheung (tra l’altro spesso regista di Chapman To). La situazione è costantemente in bilico e non cessa di avere ripercussioni sulla vita degli hongkonghesi illustri. Come Johnnie To, che ha scelto di rinunciare al ruolo di presidente di giura ai prossimi Golden Horse Awards, premi panasiatici con sede a Taiwan, già rovinati in partenza dal boicottaggio cinese della manifestazione. 

Tensioni crescenti tra Cina e Taiwan, oltre che tra Cina e Hong Kong. La riunificazione delle tre Cine pare un’utopia, persino più di quella delle due Coree. Il cinema aveva compreso tutto, in anticipo rispetto ai tempi odierni, con Ten Years, la pietra dello scandalo, una distopia talmente epocale da ispirare repliche in Thailandia, Taiwan e Giappone, con altrettante sconfortanti visioni sul futuro delle rispettive nazioni. Cinematograficamente il ponte tra l’Umbrella Movement e la nuova insurrezione contro l’Extradition Bill lo erige Apart di Chan Chit-man (produce Herman Yau), che è mosso dalla passione politica ma sceglie di calarla in un contesto romance. Un amore che attraversa l’arco di cinque anni che intercorre tra le due rivolte, ma deve cedere il passo all’impegno politico: la lotta per la democrazia e l’autonomia di Hong Kong sono troppo importanti per cedere il passo alle ragioni del cuore. Un lavoro non del tutto convincente, dalla regia para-televisiva, ma i segnali che manda sono importanti, dichiarazioni identitarie che, dopo il sorprendente N.1 Chung Ying Street uscito l’anno precedente, sembrano in crescita.

Anche l’engagé Fruit Chan torna a dire la sua, lui che aveva intuito il nostro presente ai tempi di Made in Hong Kong e The Longest Summer, in un film che declina la situazione politica sotto forma di allegoria, grottesca e sessualmente esplicita. In Three Husbands una donna si concede a tre differenti uomini in una farsa sexy che avrebbe fatto la gioia di Russ Meyer o Walerian Borowczyk: il gusto è un po’ forte, forse discutibile, ma lo schiaffo di Chan è ancora capace di scuotere i benpensanti. Oltre a un protagonista della stagione dello handover, il 2018-2019 ha visto all’opera anche uno dei protagonisti della new wave che sembrava disperso: con First Night Nerves Stanley Kwan è tornato ai territori a lui congeniali del divismo femminile e della lacerante rivalità competitiva che lo caratterizza. Un memorabile duetto tra Sammi Cheng e Gigi Leung, inquadrate tra specchi e luci impossibili dall’ultimo degli esteti di Hong Kong: First Night Nerves è come un’aria da una vecchia canzone, ma ha l’effetto di una brezza corroborante nel deserto di novità del cinema di Hong Kong. Infatti la fortunata stagione 2018-2019 è tale soprattutto per il fattore nostalgia – acuito dalla perdita incolmabile, negli ultimi giorni del 2018, di Ringo Lam – che la contraddistingue, come se gli spettri dell’irraggiungibile passato dell’ex colonia si moltiplicassero anziché trovare pace. È stato così anche per il Capodanno lunare, in genere luogo dei maggiori incassi, rivolti massimamente al grande pubblico. Dopo l’exploit del 2018 di Agent Mr. Chan, l’ultima ricorrenza si è tradotta in un risultato positivo corale, con New King of Comedy e Integrity a guidare un nutrito manipolo di produzioni locali e co-produzioni con la Cina. Due titoli che raccontano molto dell’andazzo generale e, quindi, dell’effettivo stato di salute del cinema dell’ex colonia. New King of Comedy, diretto da Stephen Chow e Herman Yau, e Integrity di Alan Mak sono gigantesche strizzate d’occhio a un glorioso passato, rispettivamente sul piano della commedia e del thriller noir. Buoni film, quindi, ma che vivono essenzialmente di ricordi, di polvere di stelle. Fino all’apoteosi di Golden Job di Chin Ka-lok, dallo sguardo talmente rivolto all’indietro, di cui è quasi impossibile comprendere il fascino senza aver vissuto la saga Young and Dangerous. Quella che all’epoca appariva come una discussa e discutibile visione glamour sulle triadi oggi assomiglia a un eldorado cinematografico: Golden Job riprende ben cinque attori del cast di Y&D, nonché la memorabile colonna sonora, sacrificando ogni volontà di guardare avanti. Anche il trionfatore degli Hong Kong Film Awards Project Gutenberg non è da meno, costruito sul dualismo divistico tra Chow Yun-fat e Aaron Kwok, con il primo obbligato ancora a veleggiare in aria con due pistole in pugno, a trent’anni di distanza da The Killer. Qui lo storytelling e i colpi di scena aiutano a giustificare la mitopoiesi esibita, con un intrigo di falsari aggrovigliato, che gioca astutamente con il mito stesso del cinema di Hong Kong – benché i mezzi utilizzati sanno di exploitation bella e buona e di pagine abusate del libro del cinema (in linea di massima I soliti sospetti dovrebbero averlo visto tutti).

Ma il botteghino ha accolto di buon grado, senza troppe pretese. Meglio crogiolarsi nel mito, in una reiterazione continua che, in fondo, è di Hong Kong come dell’intero sistema cinema mondiale, a giudicare dal numero ormai soverchiante di sequel, prequel e remake in circolazione. Senza dimenticare gli spinoff, come Master Z: The Ip Man Legacy, che nasce da una costola di Ip Man 3 e vede Max Zhang finalmente innalzato a protagonista della storia. Questa volta è lui il maestro di wing chun che semina giustizia con le buone e con le cattive in una Hong Kong corrotta fino al midollo: piace la ricostruzione di Wan Chai come bordello dei marinai inglesi, così come i ruoli minori di Michelle Yeoh e Chrissie Chau, anche se spesso è il pilota automatico a guidare la sceneggiatura. L’Ip Man originale Donnie Yen, intanto, anziché concedersi una pausa si dedica a due progetti in parallelo – Big Brother e il terrificante Iceman: The Time Traveller – prima di riprendere per un’ultima volta i panni del maestro di Bruce Lee, nell’imminente Ip Man 4. L’infaticabile Herman Yau, non contento della co-regia con Stephen Chow, trova il tempo di portare a termine A Home with a View, black comedy con un cast che non lascia prigionieri: Francis Ng, Anita Yuen e Louis Koo, con l’anima dalle parti del classico Shaw Brothers House of 72 Tenants aggiornato ai tempi feroci della gentrification galoppante. Da parte sua Tsui Hark porta avanti con pervicacia la saga di Detective Dee, in Detective Dee: i 4 re celesti, un sequel del prequel che si dà completamente alla computer grafica, smarrendo sempre più lo spirito avventuroso del capostipite.

Per provare qualche sensazione nuova, quindi, meglio rivolgersi alle poche voci espresse dalle nuove generazioni di cineasti hongkonghesi: come Oliver Chan, che in Still Human, al suo debutto, riesce a dosare gli ingredienti di un potenziale tearjerker senza mai cedere alla melassa. La storia di un burbero disabile, a cui dà vita Anthony Wong, e della sua badante filippina, sognatrice indefessa, è toccante e misurata come solo a Hong Kong sapevano, e sanno, fare. Altro esordio che reclama attenzione è quello di Sit Ho-ching: il suo Keyboard Warriors si muove tra commedia e giallo con un ritmo indiavolato e una sceneggiatura che esalta il nerdismo dei protagonisti, con cui scatta subito il transfert. Nonostante i premi e le acclamazioni, invece, restano molto dubbi su Tracey, melodramma che vede Philip Keung nei panni di un transessuale che giunge al proprio coming out in età avanzata, prima che sia troppo tardi. Il giovane regista Jun Li ricerca l’emozione invasiva e irresistibile, calcando la mano sull’overacting di Keung, e incassando calde lacrime a buon mercato, dove il meno celebrato e quasi trascurato I Miss You When I See You di Simon Chung affronta tematiche LGBT con molta più sobrietà ed eleganza. L’accettazione della propria sessualità passa anche dal percorso di autocoscienza di una donna rimasta vergine e traumatizzata, come la protagonista di The Lady Improper di Jessey Tsang; un ruolo coraggioso per una Charlene Choi sempre più disinibita, ma la scrittura e la regia della un tempo promettente Tsang lambiscono a più riprese territori scult, specie nelle parentesi erotico-gastronomiche che emulano – ancora! – 9 settimane e ½. Non va meglio all’eterna promessa Pang Ho-cheung – che in Missbehaviour ricama su un copione abusato della sua carriera, almeno da Vulgaria in poi, la commedia scollacciata piena di doppi sensi – né a Anthony Yau, che con Hotel Soul Good prova a ripetere il colpaccio di Vampire Cleanup Department, ennesimo rifferama sulla partitura di Mr. Vampire e derivati. Chrissie Chau, attivissima in questa stagione cinematografica, si impegna e il cast di spettri, infarcito di vecchie glorie e caratteristi, tiene botta, ma la sceneggiatura si affloscia quasi subito. Difficile trovare un ipotetico fil rouge in un anno così variegato e carico di tensioni e mutamenti per Hong Kong, ma se la vecchia guardia tende a ripetersi, i segnali incoraggianti di alcuni debutti lasciano intravedere qualche buon auspicio. Parafrasando Yogi Berra, con Hong Kong non è finita fin quando è finita. 

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